L’ossessione del Nobel, la rabbia per l’attacco di Israele nel territorio del Qatar, alleato americano, l’orgoglio ferito per non essere riuscito a far tacere le armi in Ucraina e in Medio Oriente appena insediato, come aveva promesso in campagna elettorale. Fino alla tregua raggiunta grazie a un dealmaking molto muscolare, lontano dalle regole della diplomazia. Ma se in patria il suo modo di mettere i rapporti personali e il suo ego davanti ai principi e alle regole delle istituzioni sta creando grossi problemi, in Medio Oriente il metodo Donald Trump funziona. Tregua e scambio di prigionieri e ostaggi sono solo il primo passo, il più facile: rimangono molte incognite sul ritiro di Israele da Gaza e sul disarmo di Hamas, per non parlare del futuro della Striscia e della Cisgiordania occupata dallo Stato ebraico. Chi critica l’intesa sostiene che ad Hamas è stato offerto, più che un accordo, un aut aut: accettare o andare incontro allo sterminio.
Ma negoziare con un’organizzazione che pratica il terrorismo e ha come obiettivo la soppressione dello Stato ebraico non poteva essere fatto seguendo regole diplomatiche tradizionali. E a Trump va dato atto di aver raggiunto un primo obiettivo sul quale per due anni tutti i possibili mediatori hanno fallito. Un risultato colto esercitando su Benjamin Netanyahu una pressione brutale come nessun altro presidente americano aveva mai osato fare in passato nei confronti di Israele.














