Mentre il Medio Oriente è in ebollizione, dalla Palestina alla Siria, passando per la minaccia houthi nel Mar Rosso e per la tentazione di Israele di colpire gli impianti nucleari dell’Iran, Donald Trump dedica il primo viaggio del suo secondo mandato a tre Paesi del Golfo in un’ottica soprattutto di business. E lo rivendica. Di più: un presidente che vede tutto, anche politica estera e dazi, come dealmaking, ha usato una logica da asta per questo primo viaggio: «L’altra volta ho cominciato dall’Arabia che comprava 450 miliardi di dollari di nostri prodotti. Se lo rifanno, anzi dovrebbero essere 500 con l’inflazione, vado di nuovo». Immediata la risposta del leader saudita bin Salman: 600 miliardi. Dobbiamo rassegnarci, dalle miniere ucraine al Medio Oriente, a una politica estera trasformata in diplomazia commerciale?
Si può restare attoniti davanti alla disarmante naturalezza con la quale Donald Trump mette gli affari davanti a tutto, ma, prima di condannare, meglio analizzare e distinguere tra le operazioni commerciali che hanno anche un risvolto politico e affari invece concepiti nell’unico interesse personale di Trump e della sua famiglia.






