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Ultimo aggiornamento: 7:55
“Potrebbe essere la cosa più importante in cui io sia mai stato coinvolto”. La modestia non è mai stata tra le qualità coltivate da Donald Trump e in queste ore il presidente Usa non ha certo intenzione di cambiare registro. L’intesa tra Israele e Hamas rappresenta in effetti il più significativo successo diplomatico della sua carriera, un evento dall’impatto mediatico persino maggiore rispetto agli Accordi di Abramo del 2020. È vero che sul futuro si addensano possibili nubi e che il trionfo di oggi potrebbe trasformarsi in una caduta domani. Ma è comunque indubbio che ciò che avviene in Medio Oriente è per Trump un trionfo, che lo rafforza politicamente e gli dà la possibilità di lanciare quello che lui stesso definisce un messaggio “di pace e amore per l’eternità” (nel momento, peraltro, in cui è pronto a mandare i soldati nelle città americane).
Su una cosa gran parte degli osservatori americani, anche di parte democratica, sembrano d’accordo. Il “metodo Trump” ha funzionato. Alcuni lo definiscono una sorta di “shock and awe”, una guerra lampo lanciata nei confronti del suo amico e alleato Benjamin Netanyahu. Per altri è stata una sorta di intelligente trasposizione in diplomazia delle sue tattiche da immobiliarista. Fatto sta, appunto, che il “metodo Trump” ha funzionato. La cosa non era scontata. L’arrivo del tycoon alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, è stata segnata da una ripresa delle ostilità e da una piega del conflitto che sembravano andare decisamente a favore di Israele. Del resto, quello su cui Netanyahu e la destra israeliana puntavano era proprio il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Per questo, per mesi, avevano resistito alle pressioni di Joe Biden. Al contrario del presidente democratico, che non ha mai potuto sopportare Netanyahu, Trump era invece l’alleato fedele che la destra israeliana conosceva, amava, di cui si fidava.















