T ra le immagini che segneranno la storia in corso di scrittura- tutta da approfondire, analizzare e sezionare - da ieri ci sono quelle del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, seduto nella Situation Room mentre è in corso l’attacco agli impianti nucleari iraniani. Cappellino da baseball rosso con lo slogan MAGA in bella vista, sui lati i numeri 45 e 47, a marcare i suoi due mandati presidenziali: la sobrietà del gennaio 2020, durante il briefing per l’uccisione del generale Qasem Soleimani, stavolta è riposta nell’armadio. In alcuni scatti il suo sguardo è rivolto agli schermi che ha davanti alla sua postazione, l’espressione impassibile da Commander in Chief che ha fatto qualcosa che i suoi predecessori hanno solo ipotizzato e mai davvero realizzato: bombardare i centri di arricchimento dell’uranio del regime di Teheran.

Attorno a lui la macchina è in moto: il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, che confabula con il capo di Stato maggiore Dan Caine, immortalato mentre spiega nei dettagli cosa sta accadendo e riproduce il gesto scaramantico delle corna, “The Devil’s horns”, a sottolineare l’importanza del momento calcolato nei minimi dettagli e al contempo legato alla buona sorte. La tensione che si respira traspare dalle espressioni del vicepresidente J. D. Vance, del segretario di Stato Marco Rubio e di quello alla Difesa, Pete Hegseth- solo due mesi fa sembrava prossimo alla revoca della sua carica, dopo il pasticcio dei messaggi sullo Yemen e i partner europei scambiati in una qualsiasi chat in cui era stato inserito per sbaglio pure il giornalista Jeffrey Goldberg. Niente superficialità a questo giro. Completano la scena il capo della Cia, John Ratcliffe, con le mani giunte davanti alla bocca e gli occhi sui monitor, il vicecapo dello staff, Dan Scavino, e David Warrington, consigliere legale della Casa Bianca.