Gabriele Gravina questo Mondiale avrebbe voluto viverlo in un altro continente, ancora sulla poltronissima del calcio italiano. Come è andata a finire lo sappiamo tutti. In fin dei conti lui è stato una vittima del fuoco incrociato della politica sullo sport. Lo hanno colpito da tutte le parti, perfetto bersaglio bipartisan, quasi che le colpe fossero solo sue. L’amarezza non se ne è ancora andata del tutto, anche se il suo mondo, quello del calcio, gli ha riconosciuto pubblicamente meriti e responsabilità nei discorsi di fine mandato. Il calcio è comunque ancora parte della sua vita, considerando che è rimasto vice presidente dell’Uefa. Un’Uefa che si è giustamente scagliata contro la Fifa sul caso Balogun. “Fortunatamente in Uefa episodi del genere non potrebbero verificarsi perché il guardiano delle regole basa tutto sulla certezza e sull’applicazione delle regole. Se viene meno questa certezza si fa fatica ad essere credibili. E di questo, ahimè, ne paga tutto il mondo del calcio, perché qui non si tratta solo di difendere il Belgio che dovrà affrontare gli Stati Uniti al completo. Questa decisione mina la credibilità del mondo del calcio”.Il tutto per un episodio in cui non c’è nulla da interpretare. Dopo un rosso la squalifica scatta automaticamente e congelarla aggrappandosi a un fantomatico articolo 27 è un obbrobrio. “Leggevo alcune dinamiche che avrebbero portato a questa decisione. Bisogna verificare le fonti e capire la veridicità dei contenuti, però è raccapricciante se le dinamiche sono di natura pseudo tecnica e politica, di cultura, di ambientalismo eccetera. È raccapricciante pensare che a far congelare la squalifica possa esser stata una telefonata di Trump e di un suo uomo… è davvero una brutta pagina”. I vecchi nemici in servizio permanente, l’hanno paragonata alla grazia che lei diede a Lukaku e stava dando anche a Vlahovic… “Mi sembrano casi decisamente diversi, perché io ho dato la grazia prevista per un episodio che si è verificato fuori dal campo, quello non era un fallo di gioco, quello di Balogun sì. Era un’ammonizione, oltretutto ingiusta e non un’espulsione. Lukaku era stato oggetto di atteggiamenti di razzismo e lui era andato sotto la curva per difendere la sua dignità. L’arbitro non ne tenne conto e lo ammonì. Io ritenni doveroso concedergli la grazia”.Andare contro un rosso per un fallo, magari sfortunato per come si è verificato, ma evidente, è decisamente un’altra cosa. “Tu commetti un fallo da rosso diretto e vieni espulso, tu vai fuori, punto, c’è l’espulsione e con un rosso tutti sanno che c’è come minimo una giornata di squalifica. Questo non è interpretabile. Se noi poi spostiamo la linea della certezza e rimandiamo l’interpretazione ad un organismo esterno a quello che è demandato a prendere certe decisioni, allora credo che non facciamo il bene del calcio. E qui è in gioco la credibilità del mondo del calcio in una competizione che si chiama coppa del mondo alla quale tutti aspirano, e per la quale qualcuno, ahimè, ha perso la sua funzione politica per non esserci andato…”.Il riferimento alla propria vicenda è tutt'altro che casuale, anche perché vedendo il Mondiale, i rimpianti aumentano. L’Italia non avrebbe sfigurato e poi visto quello che sta facendo la Norvegia… “L’Italia ci sarebbe stata sicuramente bene, anche alla luce di quello che sta emergendo in termini di freschezza, di giovani che si stanno mettendo in mostra. Il girone dove avremmo dovuto giocare ci avrebbe consentito di essere competitivi. Ci potevamo stare e ci dovevamo stare, ma qualcosa è venuto meno, una serie di circostanze a noi sfavorevoli ci ha penalizzati e vedendo la Norvegia e ricordando in che condizioni abbiamo dovuto giocare la partita decisiva in Bosnia… Però è inutile rimuginare, non siamo fuori per un rigore sbagliato ed è giusto andare in profondità per capirne le cause. Sono convinto che Giovanni Malagò lo farà in maniera approfondita”.Permetta la domanda: e se dovesse scegliere Mancini? “Forse dovrei essere l’ultimo a sponsorizzare Roberto Mancini, ma devo dire che Roberto Mancini ha dimostrato di saper portare a casa risultati importanti. Lo testimoniano le 37 partite utili consecutive, il record del mondo che abbiamo tolto alla Spagna e al Brasile. Ha vinto un campionato europeo dopo 53 anni; i due terzi posti in Nations League e non è mai facile giocare contro nazionali importanti. Credo abbia dimostrato di saper lavorare. Poi è chiaro, la scelta spetta sicuramente a Giovanni, ma fa bene a tenerlo in considerazione. Tutti hanno commesso degli errori e Roberto lo ha fatto andandosene, ma per il bene della Nazionale bisogna proiettarsi verso il futuro e superare certe forme di rancore e certe amarezze”. Non è da tutti. Ma Gravina è fatto così. Forse perché con Roberto Mancini e Gianluca Vialli, Gravina ha vissuto il momento più alto del suo mandato: la notte di Wembley. L'ultima volta in cui il calcio italiano ha davvero creduto di essere tornato al centro del mondo.