"Ha fatto tutto quello che gli ho chiesto": con queste parole Donald Trump ha elogiato il presidente turco Tayyip Erdoğan, confermando il rapporto privilegiato tra i due leader alla vigilia del vertice della NATO di Ankara, appuntamento destinato a riaccendere il confronto sulla sicurezza internazionale

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"Erdogan è un uomo forte, è un grande leader, una persona molto solida. Tutto ciò che gli ho chiesto, lo ha fatto”. Donald Trump durante il meeting nello Studio Ovale con il segretario generale della Nato Mark Rutte ribadisce la sua simpatia per il leader turco. Il presidente americano ha poi spiegato: “Avevo intenzione di non partecipare al vertice Nato di Ankara, ma ho cambiato idea”. Tradotto: vado esclusivamente per non fare uno sgarbo a Erdogan. Il summit del 7-8 luglio sarà decisivo per svelare le vere intenzioni degli Usa sul possibile disimpegno militare in Europa. E una partita decisiva per la Turchia. Erdogan che è un islamista conservatore, negli ultimi anni ha concentrato il potere nelle sue mani e dopo le elezioni presidenziali del 2023 ha avviato una forte repressione contro il principale partito di opposizione del Paese, incarcerando centinaia di persone, tra cui il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, considerato un suo temibile sfidante alle prossime elezioni presidenziali previste per il 2028. Il leader turco è diventato un importante alleato di Trump sul tavolo internazionale, insieme al ministro degli Esteri Hakan Fidan e al capo dei servizi segreti Ibrahim Kalin. La Turchia ha svolto un ruolo chiave nella mediazione del cessate il fuoco nella guerra tra Israele e Hamas, così come ha giocato un ruolo cruciale nelle trattative sulla guerra con l’Iran e ha ospitato più incontri per porre fine al conflitto in Ucraina. L’avvicinamento tra Trump ed Erdogan ha avuto anche altre ricadute, ovvero ha reso più leggera l’indignazione per le violazioni dei diritti ai suoi oppositori politici, e ciò rende più facile la sua scalata nel diventare una grande potenza regionale, ambizione che viene definita neo imperiale e che si rifà al suo glorioso passato ottomano.Ritorniamo però un po’ indietro e ripercorriamo le relazioni tra Usa e Turchia negli ultimi anni. C’erano state frizioni pesanti tra Trump ed Erdogan durante il suo primo mandato. Il motivo? La detenzione del pastore evangelico americano Andrew Brunson, che da oltre 20 anni in Turchia era alla guida della piccola congregazione della Chiesa della Resurrezione di Smirne. Brunson era stato arrestato e condannato a 3 anni di prigione per sostegno a organizzazioni terroriste, in particolare al Pkk (il partito dei lavoratori del Kurdistan) e alla rete di Fethullah Gulen, il predicatore residente in Usa accusato da Ankara di aver orchestrato il fallito golpe del 2016. Anche le critiche di Trump agli alleati europei e le sue minacce di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato hanno rafforzato ancora di più la posizione di Erdogan, così come la crescente influenza della Turchia come fornitore di armamenti per altri membri della Nato, scrive il Wall Street Journal. In tal proposito il vicepresidente JD Vance ha rivelato che Washington sta valutando la possibilità di vendere alla Turchia gli F-35, anni dopo che la prima amministrazione Trump aveva escluso Ankara da ciò, in seguito al suo acquisto del sistema di difesa antiaereo russo S 400.Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, invece, la Turchia ha fornito il Paese dei suoi droni. L'azienda produttrice è la Baykar di proprietà del genero di Erdogan, ed esporta ora i velivoli in oltre 33 paesi. Lo scorso anno ha costituito una collaborazione con Leonardo. Ankara ha costruito pure navi da guerra che di cui ha rifornito Kiev. “Erdogan vuole che questo successo tecnologico dell'industria della difesa turca si rifletta in un successo politico per lui", ha affermato Marc Pierini, ex ambasciatore dell'Unione Europea in Turchia e ora analista al Carnegie Europe.