Sento un dolore profondo e crescente nelle campagne, quando giro silenziosa in bicicletta, osservando. Piangono le vecchie case, abbandonate e sole. Morti gli ultimi vecchi che le abitavano, cadono lentamente in rovina. Non più grida allegre di bambini che giocano. Non più lavoro fatto con fatica, sacrificio, dedizione e senso del tempo, nei campi, negli orti, nei giardini. Non più famiglie che costruiscono insieme il futuro di una terra ben abitata, con impegno e senso di appartenenza. Non più cure, né manutenzione, fatte con attenzione e misura. La rovina diventa crudele, quando il tetto sfondato per non pagare l’Imu accelera il degrado.

Quando l’usura delle travi di legno, una volta così calde e umane, il crollo dei pavimenti, le porte e i balconi divelti, aumentano nell’indifferenza, o nei litigi, tra gli eredi. Piangono i vecchi alberi da frutto, attorno alla vecchia casa abbandonata, in un dolore corale che nessuno sembra avvertire. Piangono le ciliegie che nessuno raccoglie, i primi fichi di giugno spappolati a terra, le albicocche che aspettano invano sul ramo una mano gentile e grata, prima di cadere. Crescono l’edera e i rovi, aggressivi tra gli ulivi. Tristi si accasciano le vigne abbandonate. Crescono attorno i terreni erosi da un’edilizia selvaggia, cubi “moderni” di cemento senza grazia, un pugno nell’occhio di chi abbia un minimo senso della storia di una terra, della sua cultura, delle sue tradizioni, della sua anima.