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C’è un angolo di casa mia dove le vetrate offrono una comoda prospettiva sulla strada. Da quando sono in maternità, passo lì buona parte del tempo: allatto, cammino avanti e indietro per far addormentare il bambino, osservo. Mi lascio intrattenere dal mondo fuori, adagiata in una posa che mi fa sentire sorprendentemente vicina alle mie antenate. Entrambe le mie nonne tenevano una sedia davanti alla finestra che dava sulla strada. Nel loro universo domestico, quella era la porta sul mondo. Ora che sono a casa con un neonato, è diventata anche la mia.

Mi sono bastate poche settimane per registrare i movimenti dei vicini: so a che ora escono, quante volte fanno passeggiare il cane, che macchina guidano. Parte di me scalpita per tornare nel flusso della città, un’altra sussurra di restare, di licenziarmi, di lasciarmi cullare dal calore della vita domestica.

Questo desiderio improvviso mi spaventa. A dargli forma è la mia vicina, l’apparizione quotidiana più attesa: la vedo passare con un bambino nel passeggino e una bambina nel marsupio. Così composta, mi pare una chimera: due gambe, quattro ruote, tre volti. Nei suoi gesti riconosco la monotonia di giornate sempre uguali. Faceva la traduttrice, ma ora è rimasta a casa dal lavoro. Non so se per scelta o per necessità.