Le buone intenzioni svanite (non sono diventata una brava cuoca), le nuove abitudini (le passeggiate al parco senza meta) e quella sensazione di vertigine che mi provoca il sentirmi chiamare “Mammina”
di Giulia Pilotti
La strada per la maternità è lastricata di buone intenzioni. Troverò sempre il tempo per le amiche, per il romanticismo, per il cinema e i concerti. Scriverò di più, mangerò meglio, berrò di meno, non toccherò mai più una sigaretta in vita mia. Farò il brodo, il pane, le torte. Sarò sempre me stessa, ma in una versione migliore che ha imparato a cucinare.
Ci ho creduto davvero, almeno finché non sono arrivata in ospedale per partorire e ho capito che invece la mia identità, la persona che ero stata per 32 anni, avrebbe presto smesso di esistere. Da quel momento non avevo neanche più diritto al mio nome. Mentre un bambino vero usciva dal mio corpo e la sua esistenza veniva dunque registrata con una serie di informazioni molto precise – per dirne una, un nome proprio – la mia perdeva i contorni formali e diventavo semplicemente Mamma, in arte Mammina.
È pratica diffusa rivolgersi in questo modo alle puerpere. Venga mamma, come sta mamma, ha fatto aria oggi, mamma? Non è fastidioso, quanto straniante: sono madre da cinque minuti e l’unica persona titolata a chiamarmi così è anche l’unica che non sa parlare. Mi sembra comprensibile che non mi girerò subito se a chiamarmi “mamma” è un’ostetrica che ha il doppio dei miei anni.






