Se prima di adesso qualcuno mi avesse proposto delle vacanze in montagna avrei accettato solo per potermi buttare di sotto da una vetta molto alta. Ma questa è l’ennesima prova che la maternità altera le capacità cognitive di una persona

di Giulia Pilotti

L’anno scorso, a quest’ora, stavo vomitando in tutti i ristoranti della Norvegia. Nelle settimane precedenti avevo già vomitato in vari ristoranti del Peloponneso e insomma il concetto di vacanza si ridefiniva su nuovi standard mentre io iniziavo a prendere confidenza con l’organismo che da qualche settimana si era insediato nel mio utero e mi permetteva di mangiare solo mele e formaggio spalmabile.

Un anno dopo le mie vacanze estive hanno un aspetto molto diverso: oltre ad aver recuperato del tutto l’appetito, e anche un po’ più che recuperato – nel senso che ho preso molto seriamente l’indicazione di consumare il trenta percento in più di calorie al giorno per favorire l’allattamento, e quel trenta percento guarda caso è sempre un gelato, una fetta di Sacher o un bombolone alla crema – la confidenza con l’organismo che si era insediato nel mio utero ormai c’è, è solida come può essere solo tra una persona che se la fa addosso e quella che le pulisce il sedere, e la dinamica tra noi è più che stabilita, nella misura in cui io sono a tutti gli effetti una serva alle dipendenze di un pallino di ciccia con grosse pretese. Fai di me quel che vuoi, pallino di ciccia.