Giada Biaggi
Una riflessione tratta da una storia che mi aveva raccontato la mia maestra di scienze alle elementari, una sorta di mito climatico che aveva scioccato la me bambina
di Giada Biaggi
Nel 1816, il vulcano Tambora — nome che suona come un brand di borracce termiche ma era in realtà un mostro geologico di proporzioni bibliche — esplose in Indonesia, più precisamente sull'isola di Sumbawa. E quando dico esplose non intendo una roba tipo “puff, che disastro”, ma una vera e propria deflagrazione cosmica: 150?km³ di materiale sparati nell’atmosfera, una botta talmente potente da modificare il clima globale, ma con effetti devastanti soprattutto nell’Europa centro-settentrionale, in Nord America e perfino in alcune aree dell’Asia orientale. Il cielo si oscurò, le temperature crollarono, i raccolti fallirono a ripetizione. Nevicava in luglio, gelava in agosto, il grano moriva come le piante grasse nelle case senza finestre. E gli esseri umani — cioè noi, gli stessi che oggi piangono se il Wi-Fi salta — si ritrovarono letteralmente a mangiare corteccia. Sì, bucce di alberi. Lo chiamarono l’anno senza estate. Non un’estate “deludente”. Non un’estate “compromessa da impegni eccessivi e troppe aspettative sentimentali”. Non Summertime Sadness. Proprio: inesistente. Un’intera stagione evaporata. Da piccola ero terrorizzata dal fatto che sarebbe potuto risuccedere. Niente bagni al mare, niente pelle che sa di crema solare al cocco. Niente vacanze con l’aria condizionata rotta, niente gelati mangiati troppo in fretta. Che infanzia spensierata.








