“Il suolo crepitava come pane secco, pozzi e sorgenti si seccarono già a maggio; per trovare acqua occorreva spingersi lontano, e dove scorrevano fiumi, il livello era talmente basso da permetterne il guado a piedi nudi. Pozzi e sorgenti erano vigilati con cura, e l’acqua concessa solo al rintocco della campana”. Scriveva così a fine Cinquecento lo storico Johann Jacob Wick, raccontando nella sua Wickiana la terribile estate che nel 1540 mise in ginocchio l’Italia: mancanza assoluta di precipitazioni, fiumi completamente asciutti, invasione di locuste “che volando adombravano il sole”, prezzi del grano alle stelle. Un evento tremendo, ma fortunatamente isolato – un cigno nero, un’anomalia statistica “naturale”, insomma roba da storici: quello che dovrebbe farci preoccupare è che ai giorni nostri, invece, stiamo vivendo e vivremo tanti 1540 uno dopo l’altro, possibilmente sempre peggiori. Questo è il significato profondo della crisi climatica: non più cigni neri, ma preoccupante normalità. Dalle vette alpine ai litorali meridionali, gli effetti del riscaldamento globale si manifestano oggi nel nostro Paese con intensità e frequenza crescenti, creando un mosaico di crisi interconnesse che minacciano gli ecosistemi, la biodiversità e la salute degli esseri umani.