In questo lungo inverno lombardo, ho scoperto che ogni adulto nella mia vita ha un’opinione ben precisa sulla temperatura ideale dei piedi di mio figlio

di Giulia Pilotti

Non ho mai letto L’inverno del nostro scontento, ma sono abbastanza sicura che parli del primo inverno di due neo genitori con il figlio all’asilo. Non posso dire che non mi aspettassi il florilegio di otiti in cui ci siamo imbattuti da novembre in poi, questa è letteralmente l’unica cosa che tutti ti dicono quando dichiari che manderai tuo figlio al nido: si ammalerà in continuazione, ma solo nel weekend. Tu però un po’ sei annebbiata da una strana forma di orgoglio e senso di superiorità che assomiglia a quello di chi viaggia con lo zaino al posto del trolley – non abbiamo mica la tata noi, abbiamo un bambino proletario fieramente inserito nel contesto pubblico e i miei vestiti sono pochi e ciancicati, in questa umile valigia senza rotelle – un po’ già pensi che tuo figlio sia più bello, più intelligente e più simpatico di qualsiasi altro suo coetaneo, è inevitabile convincersi che sarà anche il più immune. Invece l’inverno padano non ha pietà per nessuno e travolge tutti con fiumi di mocci senza fare preferenze.

I pediatri di Milano, ho scoperto, preferiscono la Realpolitik alla medicina. Ogni volta che visitano un bambino gonfio di catarro che respirando produce il rumore di un motorino truccato sono ormai costretti a percorrere la strada del pragmatismo e mestamente sospirano: gli passerà ad aprile, oppure potete andare a vivere al mare. Che non è una risposta gradita, ma è sicuramente una risposta onesta.