Avere un’indipendenza economica e un’identità non vincolata alle prestazioni del nostro utero è una cosa magnifica. Ma allora perché ho questo improvviso desiderio di passare le mie giornate a fare torte e ceramiche?
di Giulia Pilotti
Qualcuno ha detto che gli uomini pensano al sesso una volta ogni 54 secondi, che a spanne corrisponde a quante volte una mamma appena rientrata al lavoro dopo il congedo di maternità pensa di licenziarsi. È l’ennesima cosa che ho imparato su di me in questi primi mesi da madre: mentre Instagram iniziava a propormi annunci sponsorizzati di corsi di tornio, perché aveva intuito che mi ero del tutto acclimatata a questa nuova vita fatta di martedì mattina alla Rinascente e commissioni da vecchia signora, ed ero quindi pronta a produrre brocchette sbilenche da vendere su Etsy, io cercavo di trovare dentro di me un qualche residuo di carrierismo, evidentemente andato disperso in una nebbia di lavatrici, doppie colazioni, pantaloni elasticizzati e sonni intermittenti.
“Io non vedevo l’ora di tornare in ufficio”, mi aveva detto un’amica – completamente pazza, dal mio punto di vista – tornata operativa un po’ prima di me, e sapevo che non era l’unica a pensarla così. Dall’altra parte io non ero l’unica ad aver abbracciato lo spirito un po’ Anni 50 di questa maternità. “Mi ammazzo” mi scriveva ogni 54 secondi un’altra amica dall’ufficio, tornata alla sua vita di prima dopo 8 mesi passati a occuparsi di sua figlia e in totale assenza di fogli Excel.








