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9 DICEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 11:37

“Il mio sogno non era stare a casa a badare ai figli, non era questo che immaginavo da ragazzina”. Federica (nome di fantasia, ndr) ha la voce ferma mentre racconta a ilfattoquotidiano.it di aver lasciato il lavoro. È sicura quando spiega le ragioni economiche che l’hanno spinta a farlo. La voce si incrina solo quando rivela che ricorderà per sempre i pensieri di quel giorno: “Ora sarò solo una madre?”. C’è un passaggio de La donna gelata, uno dei romanzi auto-finzionali della premio Nobel Annie Ernaux, in cui la protagonista realizza l’ingiustizia di un carico di mansioni domestiche che ricade esclusivamente su di lei. Proprio come nei dettati della sua infanzia, la separazione dei ruoli è diventata, suo malgrado, chiara: “Papà va al lavoro, mamma prepara un buon pranzetto”. Siamo negli anni Settanta francesi, qualcosa da allora è cambiato. Eppure, come testimoniano i dati e le storie, il lavoro di cura è ancora un affare per sole donne. Anche in Italia, complici i fattori culturali ed economici, ma anche l’insufficienza delle misure politiche di conciliazione.

In Italia circa il 31,5% delle donne occupate lavora part-time, una quota significativamente più alta rispetto all’8,1% degli uomini. La riduzione delle ore in ufficio può penalizzare la carriera, ed è difficile comprendere quando sia “volontario” e quando diventi una forma di discriminazione. Tuttavia, insieme al lavoro da remoto, è uno degli strumenti che se esteso a entrambi i genitori può agevolare la redistribuzione del carico. E soprattutto scongiurare la possibilità che le neo-mamme abbandonino l’occupazione, un rischio che sale al 18% per le donne nell’anno della nascita del figlio (per i padri scende all’8).