Non c’è solo la rinuncia o la perdita del posto di lavoro. Anche per quelle madri che il lavoro riescono a mantenerlo le sfide da affrontare sono tante e spesso meno visibili.

Secondo gli ultimi dati elaborati da Save the Children, in Italia lavora solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, poco più della metà. E se riescono a non uscire dal mercato del lavoro, la strada resta comunque difficile per la cosiddetta ‘child penalty’: dopo la nascita dei figli non solo i tassi di occupazione femminile, ma anche le ore di lavoro, la progressione di carriera e i guadagni tendono a diminuire, vuoi per utilizzo del part-time e forme di lavoro flessibili, vuoi per mancate opportunità di crescita e di carriera. Questo succede a volte proprio a causa di quegli strumenti pensati per conciliare vita lavorativa e vita privata. E a volte per un cambiamento culturale che fatica, ancora oggi, a prendere piede.

Quanto pesa la child penalty?

Il Child Penalty Atlas, atlante globale che quantifica la penalizzazione delle mamme rispetto ai padri, calcola per l’Italia una penalizzazione dovuta alla maternità del 33 per cento. La child penalty pesa sui salari delle madri con differenze notevoli in base ai settori: nel pubblico, più protetto e regolamentato, dice il rapporto Inps del 2025, la penalizzazione è di 14 punti logaritmici, nel privato arriva a 31. Già nell’anno della nascita, le madri sperimentano una riduzione delle retribuzioni. Nel settore pubblico il calo è attorno a 5 punti, mentre, anche in questo caso, nel settore privato è molto più marcato, vicino a 14. Un ruolo cruciale è giocato dalla composizione familiare: mentre le madri con un solo figlio riescono a recuperare interamente la perdita retributiva entro tre anni dalla nascita, per quelle con più figli il percorso è più lungo e discontinuo, segnato da ulteriori cali in corrispondenza di nuove maternità. Importanti diseguaglianze si riscontrano anche a livello territoriale, con un evidente svantaggio per le lavoratrici del Mezzogiorno, dove la probabilità di uscita dal mercato del lavoro in seguito alla nascita di un figlio raggiunge il 26%, contro il 18% registrato al Nord.