L’intervento di Stefano Ciafani di Legambiente richiama un tema reale che merita di essere affrontato senza semplificazioni: lo sviluppo delle energie rinnovabili è di fatto ostaggio del medesimo approccio che negli anni ha rallentato qualunque altra infrastruttura strategica, energetica o trasportistica. E’ una riflessione che condivido: non si può riconoscere l’urgenza dello sviluppo delle energie rinnovabili, con un asse che va da Confindustria a Legambiente, e poi ritenere sistematicamente che ogni territorio sia quello sbagliato per ospitare gli impianti necessari. L’Emilia-Romagna, che ospita infrastrutture nazionali strategiche sul metano, ha scelto con chiarezza e determinazione di investire nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nella riduzione delle emissioni, conciliando questi obiettivi con la tutela del paesaggio, dell’ambiente, del lavoro e delle comunità. I dati lo dimostrano. Negli ultimi cinque anni la potenza installata da fonti rinnovabili è passata da 3,26 GW a oltre 5,1 GW nel 2025, grazie soprattutto al fotovoltaico, che rappresenta circa l’80% del nostro mix rinnovabile. Un risultato reso possibile anche dalla nuova legge regionale sulle aree idonee, costruita nel confronto con il Patto per il Lavoro e per il Clima. La norma individua nuovi siti idonei – aree da bonificare, cave ripristinate, aree produttive, interporti e rotatorie – e introduce semplificazioni per accelerare gli investimenti.L’obiettivo assegnato all’Emilia-Romagna dal burden sharing nazionale è di installare ulteriori 6,3 GW entro il 2030. Con gli strumenti messi in campo siamo nelle condizioni di raggiungerlo, portando la potenza complessiva oltre i 9,5 GW, mantenendo rigorosi vincoli di tutela ambientale e paesaggistica, limitando il consumo di suolo agricolo all’1,5% della superficie regionale e puntando su agrivoltaico vero e geotermia. Proprio perché crediamo nella transizione energetica, il confronto non può però fermarsi alla contrapposizione tra favorevoli e contrari. Il primo tema riguarda l’Appennino. Le resistenze di molte comunità non possono essere liquidate come semplice Nimby. Territori segnati da spopolamento e riduzione dei servizi chiedono che infrastrutture realizzate per soddisfare prevalentemente i fabbisogni della pianura producano benefici concreti anche per chi ne sostiene l’impatto. Per questo non è corretto mettere sullo stesso piano l’eolico offshore e quello sui crinali appenninici. L’Emilia-Romagna sostiene impianti in mare collocati a una distanza dalla costa tale da non incidere significativamente sul paesaggio; sui crinali, invece, l’impatto esiste e richiede compensazioni e strumenti definiti a livello nazionale. Il secondo tema è la pianificazione. Non possono essere i singoli operatori privati a decidere dove realizzare gli impianti, lasciando alle amministrazioni il compito di inseguire le proposte. Servono programmazione pubblica, regole certe e una pianificazione preventiva, come per ogni altra infrastruttura strategica. Infine, occorre ripensare il modello con cui l’Italia governa la politica energetica. E’ difficile immaginare che una sfida strategica possa essere affrontata con venti strategie regionali diverse: serve una politica nazionale, se non europea. Il caso degli impianti eolici lungo i crinali appenninici lo dimostra: spesso le compensazioni ricadono su una regione mentre l’impatto paesaggistico interessa quella confinante. Situazioni che richiedono una regia dello Stato e criteri omogenei.Anche la scelta di regionalizzare la legislazione energetica, compiuta nei primi anni Duemila, merita oggi una riflessione. Era figlia dell’idea sbagliatissima che la sicurezza energetica non fosse più una priorità; gli ultimi anni hanno dimostrato il contrario. Lo stesso vale per la zonizzazione del mercato elettrico e le tariffe zonali. L’Italia è un unico paese e non può affrontare la transizione come se ogni regione dovesse essere autosufficiente. Sole e vento non sono distribuiti in modo uniforme: un pannello installato nel sud produce molto più dello stesso pannello al nord e alcune aree hanno una disponibilità di vento nettamente superiore. E’ quindi giusto che ogni territorio contribuisca in misura proporzionata alle proprie condizioni naturali. La regione Emilia-Romagna è convinta che le grandi politiche nazionali non possano essere affrontate con una logica regionalistica. Vale per la fiscalità generale, che nonostante gli squilibri deve sostenere sanità ed educazione in maniera uniforme nel paese e deve valere anche per l’energia. Chi dispone di condizioni naturali più favorevoli deve poter dare un contributo maggiore all’autonomia energetica del Paese. Per questo siamo contrari a questo sistema di tariffe zonali che rischia di penalizzare alcuni territori e siamo convinti che gli investimenti nelle rinnovabili debbano perseguire insieme due obiettivi: ridurre le emissioni di CO₂ e abbassare il costo dell’energia per famiglie e imprese.Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna