Varrebbe la pena ritoccare la celebre massima dell’architetto Richard Buckminster Fuller: «Non esiste una crisi dell’energia, esiste una crisi della demenza». Lui aveva scritto «ignoranza». Ma nel caso italiano si tratta proprio di demenza, anzi di livorosa demenza, di partigianeria stupida elevata a sistema. Viviamo in un Paese sciagurato in cui il dibattito pubblico (e privato) è ancora più sciagurato del contesto che lo ospita. Non si può ragionare di nulla, né pianificare niente. I referendum si vincono e si perdono a seconda del gradimento riscontrato dal governo in quel preciso istante, mica nel merito. Sulla Giustizia decidono le bollette. E sull’energia, chi decide?
Ci sarebbe bisogno di una programmazione seria, su vent’anni almeno. Fuori da tutti i deliri ideologici che avvelenano ogni secondo dell’esistenza. Si prenda l’Unione europea e il suo estremismo congenito. In economia (l’austerità), in politica estera (la russofobia), in materia energetica: niente più motori termici dal 2035. Il risultato è che uno dei comparti industriali più forti del continente, cioè l’automotive, salta in aria fra le risate (in)sostenibili dei geni di Bruxelles. Tragedia, fermi tutti e retromarcia, pure timida. Il nucleare è un altro capitolo glorioso: prima sembrava il male assoluto con una intera legislatura europea passata a demolirlo. Ora è tornato indispensabile, con sei anni persi sul groppone. Ci vuole più Europa, senza dubbio, altrimenti sai che noia.










