Le piú feroci battaglie sui referendum costituzionali si sono combattute dieci anni fa, all’epoca del così detto referendum Renzi, e poche settimane orsono quando il corpo elettorale è stato chiamato ad esprimersi sui temi della giustizia. In entrambe le circostanze hanno prevalso i NO e la Costituzione non è stata toccata.
Il clamore mediatico di queste battaglie ed il loro esito può lasciare l’impressione che la nostra Costituzione non abbia subito modifiche sostanziali, almeno dai tempi della riforma del Titolo Quinto relativo all’assetto delle autonomie locali e regionali di 25 anni fa. Così non è; modifiche, per certi versi rivoluzionarie, sono state introdotte ma sembra che, soprattutto la classe politica, che allora le volle, oggi non ne abbia più piena consapevolezza.
Mi riferisco alla modifiche introdotte, per volontà di fatto unanime del Parlamento (dai 5 stelle a FdI), nel 2022 in cui per la prima e unica volta dal 1948 è stato modificato uno dei primi 12 articoli della Costituzione, uno di quelli che fissa i Principi Fondamentali, l’art. 9. La modifica è importante non solo perché stabilisce che la Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi», ma anche – e forse soprattutto - perché determina di farlo «anche nell’interesse delle future generazioni». Il valore rivoluzionario delle modifiche sta nel fatto che, se queste hanno un senso, dovrebbero portare ad una correzione, parziale ma importante, del modello di crescita economica che ha caratterizzato almeno questa parte del mondo dalla rivoluzione industriale in avanti.










