Orvieto ma non solo. In Italia c’è un problema con l’eolico? "Assolutamente sì”, risponde Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, quando gli chiediamo cosa sta succedendo in Umbria e più in generale nel dibattito sulle rinnovabili a sinistra. L’alibi è il paesaggio: che si tratti del Duomo di Orvieto, delle colline toscane o dell’Appennino emiliano romagnolo, intorno alla tutela dello skyline italiano si attorciglia la polemica. Il fronte del no è composito. “Ci sono associazioni che considerano il paesaggio un museo, come Italia Nostra, quelle come Amici della Terra che puntano ad altre fonti energetiche come il nucleare. Poi ci sono gli intellettuali vip, una minoranza rumorosa che ha un forte impatto mediatico”. Il risultato, secondo Ciafani, è lo stesso: “Per tutelare il paesaggio si finisce per alimentare l’avversione contro l’eolico, che è una fonte energetica di cui non possiamo fare a meno. Soprattutto, per tutelare il paesaggio oggi, rischiamo di non fermare la devastazione paesaggistica che causerebbe la crisi climatica. E quella sì che sarebbe permanente”.Su Legambiente pende l’accusa, mossa da altre associazioni ambientaliste, di essere troppo favorevole agli impianti rinnovabili. “Ci sono progetti che sono fatti male e anche noi diciamo no”. Ma nell’Italia dei Nimby, come si distingue un no tecnico da un no ideologico? “Noi vogliamo rinnovabili, le vogliamo tutte, però quando ci sono delle criticità le evidenziamo. Cerchiamo di lavorare con le istituzioni per risolvere i problemi e se i nodi vengono sciolti gli impianti devono essere fatti”. Per Ciafani è una questione di numeri. “Stiamo parlando di un sistema elettrico che oggi consuma 310 TWh all’anno e che dovrà sostenere l’elettrificazione dei trasporti e dei sistemi domestici: nel 2050 i consumi raddoppieranno. Per questo servono tutte le rinnovabili, nessuna esclusa. A partire dal fotovoltaico, ma l’eolico sarà la seconda fonte che ci permetterà di non bruciare più gas per produrre elettricità”.Non tutti gli ambientalisti sono disposti a seguire questa logica. Tutti sostengono l’obiettivo di superare le fonti fossili, ma alcuni non vogliono impianti e altri non li vogliono vicino casa. “Sono due incoerenze paragonabili. Le associazioni come Italia Nostra e Amici della Terra parlano di lotta alla crisi climatica, ma se la scienza indica la luna, loro guardano il dito. La scienza dice da 40 anni che il Mediterraneo è un hotspot climatico, eppure queste associazioni non permettono di sviluppare soluzioni rapide ed economiche per ridurre le emissioni. Dicono cose che non stanno in piedi, come l’idea che basti il fotovoltaico sui tetti dei capannoni, ma così dimostrano di non conoscere i numeri”.L’altra incoerenza, secondo Ciafani, è quella delle forze progressiste. “In Parlamento contestano il governo, ma quando governano nelle regioni fanno disastri anche peggiori. Se il centrosinistra vuole essere più credibile, deve fare la differenza sui territori”. Non c’è solo il caso dibattuto della Sardegna che blocca tutto. “In Emilia-Romagna non si capisce perché l’eolico debba farsi solo in mare, come se non si possa turbare il paesaggio di pianura e degli Appennini”. Poi c’è appunto l’Umbria, che ha bloccato il progetto Phobos da 42 MW. “L’amministrazione guidata da Stefania Proietti sta facendo cose paragonabili a quelle più famose dell’amministrazione Todde in Sardegna”. Legambiente ha criticato il disegno di legge regionale umbra sulle aree idonee, che il governo ha impugnato alla Corte costituzionale, sostenendo che non permetterà lo sviluppo degli impianti di taglia medio grande: “E questo è un problema – dice Ciafani – anche perché accade dove c’è un’acciaieria che produce con un forno elettrico”. L’unica eccezione? “La Campania di Vincenzo De Luca. Qui gli uffici autorizzativi sono stati rafforzati con personale competente: i progetti ben fatti vengono autorizzati, quelli mediocri migliorati e quelli scarsi bocciati. Speriamo che la nuova amministrazione guidata da Roberto Fico non smonti questa impostazione”.Sullo sfondo resta il pregiudizio che un parco eolico sia brutto. Ma se da una parte si può fare e dall’altra no, bisognerà prima o poi ammettere che ci sono paesaggi di serie A e altri di serie B. “Le rinnovabili possono essere belle e fatte bene”, dice Ciafani. “Penso all’impianto sulle colline del veronese, nel comune di Rivoli. Si vede chiaramente dall’autostrada del Brennero e ha un’integrazione paesaggistica perfetta: l’impianto eolico è bello quanto sono belle quelle colline. C’è anche l’impianto fotovoltaico sulla Sala Nervi in Vaticano, perfettamente integrato in un monumento contemporaneo. Se fosse stato in territorio italiano, la Soprintendenza non l’avrebbe mai permesso”.Eppure qualcosa anche da questo punto di vista sta cambiando, dice ottimista il presidente di Legambiente. Lo dimostrano gli impianti sui tetti del Teatro Alighieri a Ravenna, del Museo di Capodimonte a Napoli o nei centri storici di Ragusa-Ibla. Una volta il problema erano le soprintendenze ora è il Nimby green? “Il problema è che siamo ostaggio di una minoranza rumorosa. Ma i sondaggi mostrano che il 60 per cento degli italiani vuole impianti rinnovabili entro 50 km da dove vive e rifiuta il nucleare. La maggioranza silenziosa esiste e vuole questa rivoluzione energetica”. Il paradosso è che per poterla realizzare serve prima superare le contraddizioni di chi, in nome dell’ambiente, la ostacola.