Sono trascorsi 250 anni dal 4 luglio 1776, il giorno in cui un gruppo di coloni americani dichiarava a Filadelfia l’indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, redigendo una carta fondativa, la Declaration of Independence, dichiarazione di indipendenza.
Nella quale spiccava l’affermazione solenne secondo cui all men are created equal – tutti gli uomini sono creati uguali.
Fu radicale, nelle proposizioni e nel linguaggio, la Dichiarazione d’Indipendenza, quanto fu ristretta nelle intenzioni e applicazioni reali. L’universalismo della formula conviveva con un ordine politico e sociale che quell’universalismo lo negava quasi in ogni direzione: agli schiavi, ai popoli indigeni, alle donne.
Non c’è dunque molto senso nel trattare la ricorrenza come il momento in cui la promessa americana si sarebbe compiuta. Semmai, il suo interesse storico è nel contrario: nel fatto che quella promessa sia rimasta aperta, contesa, usata contro i limiti stessi dell’ordine che l’aveva formulata.
L’umore del paese conferma oggi questa lettura. I sondaggi diffusi in occasione dell’anniversario mostrano che quasi sette americani su dieci sono insoddisfatti della direzione del paese, e circa sei su dieci ritengono che i suoi anni migliori siano ormai alle spalle; solo circa la metà dichiara di sentirsi estremamente o molto orgogliosa di essere americana, il dato più basso degli ultimi venticinque anni. Non è lo sfondo di un compleanno trionfale, se gran parte dei dipendenti federali che hanno vissuto licenziamenti di massa e smantellamenti di agenzie nell’ultimo anno sceglie di non partecipare alle celebrazioni.











