Evitare di nominarlo è quasi impossibile, ma il tentativo va fatto. Due secoli e mezzo fa, a Filadelfia, si consumarono giorni straordinari di discussioni incessanti, duri negoziati e insanabili contraddizioni. I padri fondatori degli Stati Uniti erano uomini imperfetti, schiavisti legati al proprio tempo. Eppure, la Dichiarazione di Indipendenza sancì un principio storico epocale: loro capirono, e misero nero su bianco, che nessun individuo era più grande della causa, della Repubblica.
“Riteniamo come evidenti di per sé queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali…” è la frase che ha impresso la sfida politica più profonda alla storia dell’umanità. Per la prima volta, la legittimità di un governo si svincolava in modo radicale dal diritto divino dei re, dai privilegi ereditari dei nobili e dalla conquista militare, radicandosi solo sulla pari dignità di ogni essere umano e sul consenso dei cittadini. Una verità essenziale che, coi tempi che corrono, sembra quasi rivoluzionaria.
Oggi, c’è poco da celebrare in America. Il discorso pubblico, avvelenato di odio e vendette, ha trasformato gli oppositori politici in nemici della nazione. I vertici delle istituzioni riflettono lo sfacelo: il ministero della Giustizia è affidato a un leguleio privo di senso dello Stato, la guida del ministero della Guerra è passata a un mezzobusto tivù scelto perché buca lo schermo. Gli eredi di coloro che ottant’anni fa sconfissero il fascismo — lasciando un’impronta che costringe noi italiani e l’intera Europa a un eterno vassallaggio psicologico e militare — guidano l’assalto all’eredità del passato.











