Il 4 luglio gli Stati Uniti festeggiano la propria nascita. I fuochi d’artificio, le bandiere, le parate. Ma sotto quella festa nazionale continua a vivere una domanda che accompagna l’America da quasi duecentocinquant’anni: è riuscita davvero a mantenere la promessa con cui ha scelto di nascere?

La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 non è soltanto il documento fondativo degli Stati Uniti. È una delle più alte dichiarazioni politiche della modernità. Affermare che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati di diritti inalienabili — la vita, la libertà, la ricerca della felicità — significava consegnare al mondo un’idea destinata a cambiare la storia.

Eppure, quelle parole nascono dentro una contraddizione enorme. Mentre Thomas Jefferson le scriveva, milioni di uomini e donne vivevano in schiavitù. Le popolazioni native venivano progressivamente private delle loro terre, delle loro culture e della possibilità stessa di sopravvivere come popoli. Le donne erano escluse dalla cittadinanza politica. L’America nasce così: dalla convivenza tra un ideale universale e una realtà profondamente ingiusta. In questa storia c’è anche un italiano. Filippo Mazzei, medico, intellettuale e imprenditore toscano, fu amico personale di Jefferson. Le sue riflessioni sull’uguaglianza naturale degli uomini precedono e influenzano, almeno in parte, il linguaggio della Dichiarazione d’Indipendenza. Prima ancora che l’Italia diventasse una nazione, un italiano contribuiva alla costruzione dell’immaginario politico americano. Jefferson comprese anche un’altra cosa: una nazione non vive soltanto di leggi. Vive delle immagini con cui sceglie di raccontarsi. Per questo il rapporto con John Trumbull assume un valore simbolico straordinario. Trumbull, pittore e ufficiale dell’esercito continentale durante la guerra d’indipendenza, fu il grande interprete visivo della nascita degli Stati Uniti. Il suo celebre dipinto sulla presentazione della Dichiarazione d’Indipendenza non è una semplice cronaca: è il momento in cui un fatto storico diventa memoria collettiva. La politica si trasforma in immaginario.