Nel 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, Washington celebra la storia e la potenza degli Stati Uniti tra parate, simboli patriottici e retorica presidenziale. Ma non tutti gli americani in realtà hanno inneggiato a un Presidente in caduta di popolarità. Salvatore Zecchini racconta la giornata di celebrazione vissuta a Washington
In questa giornata gli americani hanno celebrato il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dalla corona britannica di re Giorgio III, che intendeva far pagare ai coloni d’oltre oceano le spese della Guerra dei Sette Anni. La ricorrenza si è svolta secondo il rituale tradizionale. Nonostante la grande fanfara sulla straordinaria celebrazione dei due secoli e mezzo di democrazia liberale, in gran parte mutuata dal liberalismo inglese, la giornata ha ricalcato lo schema tradizionale, con gli unici strappi della meteorologia minacciosa ed incerta e dell’altrettanto presidente Trump.
Grande affluenza di gente nel Mall, ossia il vasto spazio monumentale che va dal Campidoglio al Monumento a Lincoln, passaggi delle squadriglie aeree anche a bassa quota, compresi quella acrobatica e i caccia, i giochi pirotecnici e la parata rinviata a causa dell’incombente maltempo, il tutto in un caldo soffocante con umidità al 70%. Niente di eccezionale, se non per l’enfasi data dal Presidente alla potenza dell’America e alla sua presidenza, con finalità auto celebrative. Chiaramente, nel suo discorso a tarda notte intendeva presentarsi come l’artefice principale del rinfocolato patriottismo degli americani, a cui ha aggiunto un riferimento elettoralistico e fuor di luogo al rigetto del comunismo.











