Roma – Dietro l’eterno tormentone sulle preferenze, la maggioranza nasconde problemi di ben altre dimensioni. Con il voto in Aula rinviato, la coalizione si è presa una decina di giorni per sciogliere il nodo e salvare la faccia. Mentre i tecnici cercano alchimie vertiginose, la soluzione su cui scommettono i bookmaker sa di beffa: preferenze libere sulla carta, ma annullate nella sostanza blindando i primi due o addirittura tre nomi in lista. Quasi una presa in giro. E in questo stallo, prosperano le voci più surreali: come quella — sponda Lega — di voler infilare nella trattativa il Viminale per Salvini, subito stoppata dagli alleati.

Il punto è che il braccio di ferro sulle regole del voto è lo specchio di uno scontro più profondo, che tocca le alleanze e l’identità stessa della destra italiana. Giorgia Meloni, come spesso le capita, si trova costretta a scegliere tra una postura di centro e una più marcatamente di destra, anche se per sua natura preferirebbe mantenere le due anime in equilibrio. Il guastafeste Roberto Vannacci, tuttavia, non ha intenzione di permetterglielo e la lavora ai fianchi ogni giorno. Ieri il Generale si è detto favorevole a un approdo della premier al Quirinale, ma ha subito alzato la posta: “Non so quanto potrei essere invogliato a votarla se non si impone per portare le preferenze nella legge elettorale”.