«Immaginate un’immensa caverna tutta azzurra, come se Dio si fosse divertito a fare una tenda con qualche ritaglio di firmamento»: l’emozione, la meraviglia, l’esaltazione raccontate da Alexandre Dumas colpiscono ancora oggi quando si entra nella Grotta azzurra. Due secoli fa, quando l’antro era stato «scoperto», o ancora meglio «riscoperto», entrare nella cavità provocava uno sconvolgimento incontenibile. E per celebrare i 200 anni da quando due pittori, August Kopisch ed Ernst Fries, «su un piccolo canotto» penetrarono dove «una timorosa superstizione per secoli impedì di visitare», chiamandola per primi «grotta azzurra», Capri celebra l’inizio di un mito con una mostra nella certosa di san Giacomo. «Da quel momento - spiega Massimo Osanna, appena promosso capo dipartimento per le attività culturali del Ministero - Capri, un’isola ancora selvaggia, è entrata nell’immaginario collettivo mondiale».

La Grotta azzurra suscita un’attrazione non contenibile. A poco valgono le sanzioni che da anni cercano di bloccare chi cerca di bagnarsi in quel luogo di «un azzurro tendente al turchese, traslucido, dove le tinte si riflettono sul tetto e le pareti e lo scintillio delle onde si specchia sulla pietra in un’atmosfera fatata» come nel 1844 raccontava una rapita Mary Shelley. Il nuotatore più famoso è sempre stato Gianni Agnelli, che all’alba, amava violare ogni divieto per bagnarsi nelle acque destinate agli antichi imperatori romani. Poi l’incanto ha colpito Clarke Gable, Keanu Reeves, Jennifer Lopez, Mariah Carey. Più di recente, tuttavia, Wanda Nara come Heidi Klum con suo marito Tom Kaulitz, hanno preferito pagare multe da migliaia di euro per un bagno super-proibito. Il fascino di oggi, in cui Capri e la sua grotta sono parte della nostra visione del mondo, ci lasciano immaginare lo stupore e lo sconvolgimento di quel 17 agosto 1826 quando Kopisch ed Fries, accompagnati dal barcaiolo Angelo Ferraro, detto «Riccio», su indicazione del ristoratore Giuseppe Pagano, si infilarono nel ninfeo della villa di Gradola, una delle residenze imperiali di epoca romana, e si ritrovarono «dinanzi, intorno, sopra, sotto, dietro delle meraviglie di cui nessuna descrizione potrebbe dare un’idea e persino il pennello, questo grande interprete dei ricordi dell’uomo, resta impotente», nella descrizione di Dumas. Da quel momento, schiere di pittori, scrittori, poeti, intellettuali europei affrontarono il viaggio verso l’isola dove Johan Wolfgang Goethe, nel 1787, sentendo «viva la parola di Omero», non riuscì a sbarcare, rischiando anzi il naufragio. Capri, tra ritrovamenti archeologici e scoperte naturalistiche, divenne definitivamente il luogo del mito. E la grotta continuò a ispirare la meraviglia: «Le acque di questo placido lago sotterraneo sono dell’azzurro più luminoso e incantevole che si possa immaginare, sono trasparenti come il cristallo e il loro colore farebbe impallidire il più splendido cielo» scriveva nel 1869 Mark Twain. Per celebrare i 200 anni dalla «riscoperta» la mostra alla certosa di san Giacomo. Solo due mesi fa, nell’antico monastero, l’inaugurazione di due nuove sale del museo archeologico per celebrare una nuova campagna di scavi a Capri. Oggi il museo si allarga con le sale dedicate alla Grotta azzurra con dipinti, disegni, libri, reperti archeologici e testimonianze d’epoca, ma anche contenuti multimediali. Un lavoro del nuovo direttore Luca Di Franco per ottenere prestiti da altri musei e da privati. La sala più affascinante è quella dominata da una delle statue ritrovate nel ninfeo tra giare e basamenti, dominata dal dipinto più bello, quello di Herman David Salomon Corrodi «Un pescatore e le sirene dentro la Grotta azzurra», dove le sirene sono rappresentate con due pinne, «tali devono essere le sirene di questa magica grotta, se non che soli le scorgono gli uomini prediletti dalla fortuna ed i bambini» come scriveva nel 1853 Ferdinand Gregorovius. La mostra conduce per mano a ricostruire come Capri «pur non essendo del tutto sconosciuta agli eruditi e agli antiquari» era, fino all’Ottocento, ai margini del gran tour. Le prime scoperte archeologiche, già nel settecento’700, avevano portato alla luce le vestigia romane e soprattutto pavimenti, che i privati e i re Borboni portarono via, come quello trasportato a Capodimonte all’interno del cosiddetto «Salottino alla pompeiana». Dal 1826 il trend cambiò radicalmente. E nel 1922 con «Il segreto della grotta azzurra», film muto di Carmine Gallone, con la diva Diomira Jacobini, si fece spazio anche la settima arte. Poi, con il cinema, da Clarke Gable con Sofia Loren e Vittorio De Sica de «La baia di Napoli» a «Ragazze da marito» di Eduardo De Filippo con attori Eduardo, Peppino e Titina, da «La pelle» di Liliana Cavani, a «Il disprezzo» di Jean-Luc Godard con Brigitte Bardot, l’icona di Capri è dilagata definitivamente nell’universo simbolico mondiale.