Giustizia

Antonio Bargone

Powered by

La vicenda di Mauro Moretti può essere riassunta in un ossimoro: un manager finito in carcere per aver rispettato la legge. Una tesi provocatoria, certo, ma che fotografa il cuore di una questione giuridica e politica sempre più rilevante nel nostro Paese. La condanna appare abnorme nella misura in cui introduce, di fatto, una forma di responsabilità indiretta, direi oggettiva, fondata sul principio del “non poteva non sapere”. Moretti sarebbe colpevole non per aver violato la legge, ma per non averla derogata: non avrebbe cioè fatto abbastanza, pur nel rispetto delle norme, per evitare una tragedia. È un passaggio delicato, perché implica che l’osservanza delle regole possa non essere sufficiente a evitare una condanna. Il rischio è uno slittamento dalla giustizia di diritto a una giustizia basata su princìpi morali.

La Costituzione è chiara: il potere giudiziario è sottoposto alla legge. La discrezionalità del magistrato è consentita solo nell’ambito dell’interpretazione della norma, non nella sua sostituzione con criteri etici o valutazioni ex post. Diversamente, si apre la strada a un sistema in cui la responsabilità non deriva più dalla violazione di una regola certa, ma da un giudizio su ciò che si sarebbe dovuto fare oltre la legge. Ma chi stabilisce poi quale deroga sarebbe stata “giusta”? E con quali parametri? Il paradosso è evidente: si potrebbe essere condannati sia per aver rispettato le norme, sia per averle derogate nel tentativo di prevenire un danno. In questo modo si passa dalla certezza del diritto-fondamento di ogni Stato democratico a un’incertezza che rischia di paralizzare decisioni e responsabilità.