La notizia della condanna definitiva e del conseguente ingresso in carcere dell’ex capo delle ferrovie Mauro Moretti ha scosso l’arcipelago garantista italiano. La preoccupazione per la malandata condizione del nostro stato di diritto è tanta, i dubbi sulle motivazioni (ancora da scoprire) che hanno portato decine di giudici in vari gradi di giudizio a ritenere un manager colpevole di un disastro ferroviario sono numerosi. Dov’è la responsabilità personale? Quale il confine tra colpa e responsabilità? I due concetti sono sovrapponibili? In che misura? Sono domande importanti, anche perché potrebbe essere la prima sorprendente volta che si dà un senso giuridico reale – qualcuno direbbe sostanziale – a quello che sta scritto nei contratti dei dirigenti (se uno è responsabile di qualcosa dovrebbe essere chiamato a risponderne se le cose vanno male, no?).

Comunque il problema qui non è porsi delle questioni e ragionarci sopra. È la scelta delle questioni su cui ragionare.

Qualche esempio dalle cronache più recenti.

Ad Alessandria sta finendo un processo per un evento accaduto nel 1975, la sparatoria della Cascina Spiotta dove morirono la brigatista Mara Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. La procura ha chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti perché all’epoca erano i capi delle Brigate rosse. Da qui il concorso diretto nel fattaccio. In sostanza si propone la prigione a vita nei confronti di due ottantenni per una cosa che sta scritta in centinaia di libri (anche scolastici) e non servivano certo due anni di udienze per arrivare a questa conclusione. Dove sono i garantisti? Non pervenuti.