La responsabilità di Mauro Moretti per il disastro di Viareggio non è stata affermata dalla Corte di Cassazione il 25 giugno scorso ma nel 2019, quando la Corte d’Appello di Firenze ha pronunciato la sua condanna con riferimento a entrambi i ruoli rivestiti nel gruppo Ferrovie dello Stato, quello di amministratore delegato della RFI e quello di amministratore delegato della capogruppo FS. Nel 2021 la Corte di cassazione ha confermato nel complesso questa affermazione di responsabilità, con una corposa sentenza (584 pagine di motivazione) che ha fissato i nuovi parametri di giudizio della colpa dei vertici dei gruppi imprenditoriali, diventando il pilastro giuridico rilevante di tutta la vicenda giudiziaria.

Il giudizio sulla colpevolezza di Mauro Moretti è diventato poi definitivo nel 2024, con la seconda sentenza della Cassazione. Da quel momento in poi, i successivi passaggi processuali hanno riguardato esclusivamente la determinazione della pena: non c’era da attendersi nessuna novità dirompente dall’ultima recente sentenza della Cassazione, quindi, e certamente non un ribaltamento della condanna. Si sa, però, che l’attenzione della pubblica opinione si fa vigile soltanto davanti alla rappresentazione plastica della definitività di una sentenza: l’ingresso in carcere del condannato che esprime pienamente l’idea (quasi) universalmente condivisa che “giustizia è fatta”. Dove per giustizia si intende la punizione e per punizione il carcere: ché se per caso il condannato viene ammesso subito a scontare la pena con una misura alternativa alla detenzione e “non passa nemmeno un giorno in galera”, come si usa dire, il senso di compiutezza della giustizia si sfalda.