Dopo i segnali della scorsa settimana, con le prime regioni dell’ex Urss a secco di benzina e gasolio, ora il Cremlino è costretto a importare il carburante da Paesi terzi. Uno scenario paradossale e surreale al tempo stesso, che forse nemmeno Mosca aveva previsto

Forse una cosa del genere in Russia non la si era mai vista. Non negli ultimi trent’anni almeno, da quando cioè il castello del comunismo era crollato su sé stesso. Una settimana fa questo giornale aveva raccontato il paradosso di un Paese che è il terzo produttore mondiale di petrolio, costretto a lasciare a secco decine di migliaia di automobilisti, proprio per l’assenza di carburante nelle cisterne delle pompe. Tutto, un po’, surreale visto e considerato l’ammontare delle riserve di greggio sotto il suolo dell’ex Urss. E così, la Russia già barcollante di suo, assiste a litigi ai distributori di benzina, file interminabili, auto che si rompono.

Le conseguenze, anche, degli attacchi ucraini alle raffinerie, ai magazzini, ai centri logistici russi. Dalla Siberia a Mosca, dalla Crimea a San Pietroburgo: ovunque è crisi di carburante. Una situazione eccezionale provocata dai droni di Kyiv che anche a centinaia di chilometri di distanza riescono a penetrare le difese nemiche generando disagi non solo all’esercito russo, ma anche ai civili. Adesso il paradosso del paradosso.