Martedì il portavoce del regime russo Dmitry Peskov ha detto che la Russia sta trattando con vari paesi, che non ha voluto citare, per importare carburante. È una cosa grossa: la Russia è il secondo esportatore mondiale di petrolio greggio e il terzo di prodotti petroliferi raffinati. Il fatto che cerchi di comprare carburante dall’estero, e lo dica pubblicamente, è un segnale di quanto stanno facendo male gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe, e che le loro conseguenze sono ormai impossibili da ignorare per il regime.
La campagna dell’Ucraina di attacchi alle raffinerie russe va avanti da anni ed è diventata più intensa nelle ultime settimane. Lo sviluppo di missili e droni sempre più efficaci ha consentito all’Ucraina sia di colpire in profondità nel territorio russo, fino alla lontanissima Siberia, sia di raggiungere le zone meglio difese, come è avvenuto a metà giugno in uno dei maggiori attacchi della guerra, contro un’importante raffineria di Mosca.
L’Ucraina chiama questi attacchi «sanzioni coi droni», per dire che hanno conseguenze più incisive e immediate delle sanzioni economiche imposte dagli alleati occidentali. L’obiettivo è privare il regime di una fonte di finanziamento consistente come le vendite di petrolio, ma anche fare in modo che la popolazione russa avverta gli effetti negativi della guerra, per rendere meno sostenibile la posizione del presidente russo Vladimir Putin di una guerra a oltranza.












