Se c’è qualcosa che a Tripoli preoccupa più di vedere Saddam Haftar presidente della Repubblica libica è vedere Saddam Haftar che normalizza le relazioni diplomatiche con Israele. Il processo di riunificazione della Libia sponsorizzato dagli Stati Uniti in questi mesi si intreccia con un’altra vicenda controversa che sembrava ormai superata: quella del clamoroso tentativo di allacciare rapporti diplomatici con lo stato ebraico. La cronaca recente dice che mentre Haftar incontrava il segretario di stato americano Marco Rubio a Washington, il premier libico Abdelhamid Dabaiba aveva deciso di prendere tempo e restare a Tripoli, disertando la cerimonia patrocinata dagli americani che avrebbe portato a uno storico accordo con l’est. Dabaiba è messo sotto pressione dalle milizie della capitale che non vogliono sottomettersi a Haftar, ma ha comunque dovuto dare dimostrazione agli americani della propria buona volontà nell’assecondare il piano di unificazione della Libia. Così, tre giorni fa è arrivata la nomina di Abdul Majeed Mliqta come nuovo capo dell’intelligence di Tripoli. Mliqta vanta stretti legami con il clan di Zintan, vicino agli Haftar, e con gli Emirati Arabi Uniti. Per questo, la sua nomina è stata contestata da molti esponenti politici di Tripoli che la vedono come il cedimento di Dabaiba al volere di Haftar e degli americani. Tra i principali oppositori alla nomina di Mliqta c’è Musa al Koni, vicepresidente del Consiglio presidenziale libico, che denuncia irregolarità procedurali nella scelta del nuovo capo dell’intelligence. Poi ci sono le Forze di deterrenza della Rada, che tra Mitiga e la capitale hanno già mobilitato i propri uomini avvertendo che non accetteranno l’uomo di Haftar.Ma la tensione ha raggiunto l’apice quando, martedì, qualcuno del sito britannico Geopolitical Desk ha pubblicato delle foto fino a quel momento sconosciute che mostravano Mliqta in un incontro privato tenutosi in un hotel di Parigi il 3 luglio del 2023 con Lior Ben Dor, all’epoca funzionario del ministero degli Esteri israeliano e oggi ambasciatore dello stato ebraico in Romania. A mediare questo incontro è stato un politico e imprenditore mauritano, Arabi Ould Jeddine, il cui nome è emerso nei mesi scorsi per avere negoziato la liberazione di alcuni ostaggi emiratini e iraniani finiti nelle mani di gruppi jihadisti nel Sahel.All’incontro segreto di Parigi, il funzionario israeliano avrebbe discusso della possibilità che Mliqta ricoprisse l’incarico di capo del servizio di intelligence, per facilitare il processo di normalizzazione con gli israeliani. Inoltre, l’incontro avrebbe preparato il terreno per la riunione che si è tenuta effettivamente il mese dopo a Roma tra l’allora ministra degli Esteri libica, Najla al Mangoush, e il suo omologo israeliano Eli Cohen. Sotto l’egida di Antonio Tajani, i due discussero di cooperazione nei settori dell’economia, della cultura e umanitario. Ma non appena rientrato in Israele, Cohen fece una dichiarazione pubblica in cui parlava di primo passo verso la “normalizzazione” delle relazioni con la Libia. Fu un disastro, perché in Libia iniziarono proteste molto violente contro il governo di Tripoli, accusato di cercare relazioni diplomatiche con Israele solo in cambio di un miglioramento del rapporto con l’Amministrazione americana guidata allora da Joe Biden. Il tutto anche in violazione di una legge libica del 1957, che vieta qualsiasi relazione diplomatica con lo stato ebraico. La situazione divenne tanto critica da spingere Dabaiba a far dimettere la ministra al Mangoush costringendola all’esilio – da allora vive negli Stati Uniti – e scaricando su di lei soltanto ogni responsabilità circa l’iniziativa del vertice con gli israeliani. Al Mangoush rispose che Dabaiba era perfettamente a conoscenza del vertice di Roma con gli israeliani e le foto diffuse due giorni fa sembrano confermarlo.La diffusione delle foto che provano il coinvolgimento del nuovo capo dell’intelligence libica nel dialogo con Israele non fa che confermare i sospetti che da anni aleggiano su Haftar e sulle sue relazioni con lo stato ebraico. Nel 2021, i tracciati di un suo aereo dimostrarono che il generale libico era volato a Tel Aviv, all’aeroporto Ben Gurion, dove secondo il quotidiano Haaretz aveva incontrato agenti del Mossad. A ottobre dello stesso anno, il quotidiano israeliano Israel Hayom diede anche la notizia di un accordo siglato tra gli Haftar e una società di lobby e comunicazione israeliana, mediato dagli Emirati Arabi Uniti, del valore di decine di milioni di dollari. Haftar non ha mai confermato o smentito quelle voci.