Ci sono le frasi poco opportune di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni. E poi ci sono le relazioni diplomatiche e geopolitiche, che vanno avanti a prescindere dai dissapori tra leader. E trovano vigore proprio in uno dei dossier che sta più a cuore al governo italiano: la Libia. È proprio il Paese nordafricano a essere in questo momento uno dei trait d’union più significativi tra Roma e Washington. Se gli Stati Uniti non nascondono la determinazione a riunificare il Paese, ponendo fine al doppio governo (uno ufficiale a Tripoli, uno autoproclamato a Bengasi), l’Italia lavora allo stesso obiettivo, in tandem con Washington, ma tessendo la sua tela con un approccio low profile.
L’ultimo tassello di un percorso che va avanti da tempo è stato composto il 30 giugno a Washington. Nella capitale degli Stati Uniti è arrivato il vice comandante generale delle forze armate libiche di Bengasi, generale Saddam Haftar, figlio di Khalifa, leader del governo della Cirenaica. Haftar jr ha tenuto una serie di incontri. Oltre a confrontarsi con il segretario di Stato americano Marco Rubio e con il direttore per il Medio Oriente e l'Africa del Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense, Wayne Wall, ha visto il consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, Fabrizio Saggio, volato a Washington per l’occasione. Un segnale tangibile dell’attivismo di Palazzo Chigi sul fronte libico, dettato non solo dalla necessità di fermare i flussi migratori, ma anche di assicurare la stabilità in un Paese in cui l’Italia ha interessi importanti. Come spiega a HuffPost Arturo Varvelli, direttore dello European Council on Foreign Relations di Roma, esperto di Libia: “L’Italia considera la Libia come il proprio giardino di casa e cerca di esercitare una sorta di influenza nell'area. Lo fa per questioni storiche perché l'Eni ha un ruolo importante nella produzione di energia nel Paese. E perché dalla Libia transitano molti dei migranti che arrivano in Italia. Ci sono delle ragioni profonde per le quali l'Italia cerca di orientare la transizione, per favorire una negoziazione tra i due governi”.







