La fine di giugno è tradizionalmente il momento in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti pubblica le decisioni più attese dell’anno giudiziario. Anche questa volta non ha deluso le aspettative. Nel giro di pochi giorni i nove giudici hanno affrontato alcuni dei temi più divisivi della politica americana: immigrazione, cittadinanza e Secondo Emendamento.
Per un osservatore italiano, la prima cosa da comprendere è che la Corte Suprema americana non svolge esattamente lo stesso ruolo della nostra Corte costituzionale. In Italia la Corte costituzionale è un organo specializzato, chiamato esclusivamente a verificare la conformità delle leggi alla Costituzione. Negli Stati Uniti, invece, la Corte Suprema è contemporaneamente il vertice del sistema giudiziario federale e il giudice costituzionale. Ogni sua decisione diventa un precedente vincolante per tutti i tribunali del Paese e finisce inevitabilmente per incidere sulla politica nazionale. Anche il sistema di nomina riflette questa differenza: i giudici costituzionali italiani restano in carica nove anni, mentre quelli della Corte Suprema americana sono nominati a vita dal presidente con il consenso del Senato. Ogni nomina può quindi influenzare gli equilibri costituzionali per una o due generazioni.










