La Corte Suprema degli Stati Uniti ha chiuso il suo anno giudiziario con una giornata destinata a lasciare il segno. Martedì i giudici hanno respinto il tentativo del presidente Donald Trump di limitare il principio del birthright citizenship (diritto di cittadinanza per nascita), confermando che, salvo eccezioni molto circoscritte, chi nasce sul suolo americano è cittadino in base al XIV Emendamento della Costituzione. Nello stesso giorno hanno inoltre confermato le leggi di oltre metà degli Stati che vietano alle atlete transgender di competere negli sport scolastici e universitari femminili e hanno eliminato i limiti alle spese coordinate dei partiti nelle campagne elettorali federali.

Per Trump si tratta di una sconfitta simbolicamente pesante, che si aggiunge a quella incassata nei mesi scorsi sui dazi imposti unilateralmente. Ma fermarsi ai casi più mediatici rischia di offrire un quadro incompleto. Il bilancio complessivo del mandato della Corte è infatti largamente favorevole alla visione di una presidenza forte sostenuta dall’amministrazione.

Già lunedì la maggioranza conservatrice aveva rafforzato il controllo della Casa Bianca sulle agenzie federali indipendenti, riconoscendo al presidente un più ampio potere di rimuoverne i vertici per ragioni politiche, pur preservando un’eccezione per la Federal Reserve. Nella stessa giornata la Corte aveva inoltre lasciato in vigore il conteggio delle schede postali arrivate dopo l’Election Day negli Stati che lo consentono, una decisione contestata da Trump ma meno significativa nel quadro generale.