Con una decisione destinata a incidere profondamente sugli equilibri politici e sull’architettura costituzionale americana, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto l’impianto giuridico dell’ordine esecutivo con cui Donald Trump tentava di restringere la cittadinanza per nascita. Il verdetto riafferma in termini netti che i figli nati sul suolo americano sono cittadini, anche quando i genitori si trovino nel Paese illegalmente o in modo temporaneo. Il passaggio chiave della decisione, firmata dal Chief Justice John Roberts, non lascia margini interpretativi: i bambini nati negli Stati Uniti da genitori presenti «illegalmente o temporaneamente» sono comunque «soggetti alla giurisdizione» degli Stati Uniti e quindi cittadini fin dalla nascita. È qui che si consuma la sconfitta giuridica dell’ex presidente: la Corte rigetta l’idea che la cittadinanza possa dipendere dallo status migratorio dei genitori, riaffermando invece il primato del luogo di nascita.Il nodo più controverso riguardava il significato della formula costituzionale «subject to the jurisdiction». L’amministrazione Trump sosteneva che chi si trova negli Stati Uniti senza titolo non sia pienamente sottoposto alla loro autorità. La Corte ribalta questa impostazione con una formulazione di limpida coerenza: anche gli stranieri che si trovano nel Paese per ragioni contingenti — per affari o per semplice scelta — sono sottoposti alle sue leggi e dunque alla sua giurisdizione. In questa prospettiva, l’appartenenza giuridica non è funzione dello status amministrativo, ma della presenza effettiva sul territorio. E i figli nati in quel contesto non possono che rientrare nella sfera costituzionale della cittadinanza.Per fondare la propria decisione, la Corte ricostruisce un arco storico che precede la stessa Costituzione americana. Nel diritto comune inglese — da cui deriva la tradizione statunitense — chi nasceva entro i confini del sovrano acquisiva automaticamente lo status di suddito, anche quando la presenza dei genitori fosse fugace e incerta. Questo principio, noto come ius soli, non viene introdotto dal XIV Emendamento, ma ne costituisce il presupposto. Non a caso, i giudici sottolineano che quella clausola fu concepita come una norma dichiarativa, «semplicemente dichiarativa del diritto già vigente». Un passaggio significativo riguarda il testo stesso dell’Emendamento. La Corte osserva che termini oggi centrali nel dibattito politico — «madre», «padre», «legale», «temporaneo» — sono assenti dalla formulazione costituzionale. La conclusione è di natura strettamente testuale: se il legislatore costituzionale avesse voluto subordinare la cittadinanza alla condizione dei genitori, lo avrebbe esplicitato. Non lo ha fatto, e non spetta al potere esecutivo colmare questo silenzio con interpretazioni restrittive. La Corte si appoggia poi a un precedente decisivo, United States v. Wong Kim Ark (1898), che stabilì in modo ormai classico il principio della cittadinanza per nascita. In quella decisione, ricordano i giudici, si affermava che la cittadinanza spetta a tutti coloro che nascono negli Stati Uniti e ne sono soggetti alla giurisdizione, indipendentemente dal fatto che i genitori siano residenti stabili o visitatori temporanei. Quella linea interpretativa, mai abbandonata, viene oggi riaffermata nella sua interezza. Tra gli argomenti della difesa vi era anche l’idea che la cittadinanza richiedesse un legame stabile con il territorio, il cosiddetto “domicilio”. La Corte liquida questa tesi come una ricostruzione priva di solidità storica. Non solo mancano prove che una simile limitazione fosse prevista all’epoca della ratifica del XIV Emendamento, ma viene ribadita la distinzione tra domicilio e cittadinanza: due concetti distinti, che non possono essere sovrapposti. Nel passaggio conclusivo, la Corte riporta la questione alla sua dimensione più profonda: la cittadinanza come diritto originario, legato alla nascita sul territorio nazionale. Chi nasce negli Stati Uniti ed è sottoposto alla loro giurisdizione soddisfa entrambe le condizioni costituzionali e, dunque, è cittadino. Non vi sono ulteriori requisiti. Non vi sono eccezioni introdotte per via interpretativa. Non vi è spazio per un intervento unilaterale dell’esecutivo.
Usa: la Corte suprema boccia Trump, lo Ius soli resta
Bocciato dai giudici il tentativo di abolire lo ius soli automatico per i figli degli immigrati privi di documenti o con visti temporanei











