No alla riscrittura dei principi fondamentali dell’esperimento americano. Allargamento dei poteri presidenziali. Stop, almeno temporaneo, al tentativo di limitare il diritto di voto alle prossime elezioni di midterm. Si conclude così, per Donald Trump, la settimana in cui la Corte Suprema ha emesso, a raffica, una serie di sentenze che ridisegnano il sistema istituzionale e la scena politica americana. Nel complesso, il presidente non ne esce male. Viene sì sconfitto sulla questione più squisitamente ideologica. Ma la maggioranza conservatrice della Corte gli consegna comunque un’autorità sconosciuta a molti dei suoi predecessori.

La sentenza sulla cittadinanza era la più attesa, tra la ventina di decisioni rese pubbliche nel giro di pochi giorni. Dando torto a Trump, la Corte ha riaffermato il principio sancito dal 14esimo Emendamento: chi nasce sul suolo degli Stati Uniti è cittadino degli Stati Uniti. La battaglia politica e legale era esplosa il 20 gennaio 2025, primo giorno del secondo mandato di Trump, con un ordine esecutivo che negava la cittadinanza per diritto di nascita ai figli di immigrati irregolari o di persone con visti temporanei di lavoro o studio. La misura si ispirava a un’idea molto diffusa nei circoli della destra, secondo cui il 14esimo Emendamento – approvato nel 1868, dopo la Guerra di secessione – fu scritto per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi. In realtà, già a fine Ottocento, l’interpretazione prevalente era un’altra: tutti coloro che nascono negli Stati Uniti sono cittadini degli Stati Uniti.