Il tribunale costituzionale ha tenuto per l’ultimo giorno utile dell’anno giuridico in corso l’annuncio di tre importanti sentenze. La Corte suprema ha rimosso gli ultimi limiti all’influsso di finanziamenti privati nelle campagne politiche, ha ribadito il divieto di partecipazione in sport femminili a studentesse trans e, nella decisone più attesa, ribadito lo ius soli iscritto nella costituzione da 160 anni. Il diritto alla cittadinanza per nascita è garantito dal 14esimo emendamento che specifica che «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e soggette alla giurisdizione di tali Stati sono cittadini degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono»

LA SENTENZA nasce dal ricorso contro il decreto esecutivo firmato da Donald Trump nel giorno del suo secondo insediamento che aboliva la cittadinanza per i figli di «persone non legalmente residenti», compresi immigrati non in regola, studenti, turisti o lavoratori a tempo determinato. La modifica avrebbe radicalmente alterato la concezione di cittadinanza e un pezzo importante dell’idea del paese come congegno di assimilazione. I togati ne hanno respinto la costituzionalità con una maggioranza di 6-3 con una sentenza che ha messo in chiaro i limiti della via giuridica allo stravolgimento costituzionale perseguito dal regime Trump. Lo ius soli è infatti sancito da un testo che non da adito ad ambiguità. Il dissenso di anche solitre giudici riflette quindi il paradosso di una Corte che intende apportare riforme radicali pur dichiarandosi “originalista” cioè fedele alla lettera della carta costituente.