La Corte suprema ha consegnato a Donald Trump il controllo diretto di oltre venti agenzie esecutive indipendenti. Lo ha fatto demolendo, con una sentenza 6-3, il precedente del 1935 che per novant’anni le aveva protette dal licenziamento politico arbitrario. E’ probabilmente la più ampia concentrazione di potere presidenziale formale dagli anni Trenta. La sentenza riguardava la rimozione di una commissaria dell’Autorità antitrust, ma la sua portata si estende a tutti i regolatori finanziari, nucleari e del lavoro. Il presidente può ora rimuoverne i vertici senza dover dimostrare alcuna causa. Lo stesso giorno, la stessa Corte gli ha negato la rimozione di Lisa Cook dalla guida della Federal Reserve. Ha trattato la Banca centrale come caso a sé, e la ragione la spiega il presidente della Corte John Roberts con chiarezza inusuale: non solo l’indipendenza della Fed, ma la sua apparenza agli occhi dei mercati è condizione necessaria alla stabilità del debito americano. La distinzione operata dalla Corte finisce così per avere un effetto che va oltre il diritto costituzionale: segnala ai mercati che persino l’espansione del potere presidenziale incontra un limite quando è in gioco la credibilità finanziaria degli Stati Uniti.Per capire perché questa sentenza interessa anche Teheran e Pechino, e non solo Washington, bisogna ricordare un fatto spesso trascurato nel dibattito interno americano: oggi il principale strumento della potenza americana non è soltanto quello militare, ma la prevedibilità delle sue decisioni economiche e regolatorie. Mettere nelle mani di un solo uomo la discrezionalità su chi vince e chi perde tra i regolatori finanziari e tecnologici, mentre quegli stessi regolatori decidono il destino di settori strategici come l’intelligenza artificiale significa toccare una leva che altri paesi osservano con la stessa attenzione con cui osservano i movimenti delle portaerei. I mercati reagiscono ormai in tempo reale agli annunci geopolitici, ed è per questo che un’Amministrazione capace di controllare entrambe le leve, quella regolatoria e quella diplomatica, dispone di uno strumento di influenza difficilmente separabile dalla politica estera.Si può obiettare che un esecutivo più forte sia anche un esecutivo più rapido, e che la rapidità decisionale sia essa stessa una forma di credibilità per chi investe negli Stati Uniti. E’ un argomento legittimo. Ma regge solo se il potere accresciuto viene esercitato con coerenza nel tempo. I dossier che seguono mostrano che, finora, non è così. Sul fronte iraniano, il problema è già evidente. Il memorandum d’intesa firmato in Svizzera il 17 giugno, dopo centonove giorni di guerra aperta, viene descritto da analisti regionali come un accordo dei costretti, nato da uno stallo che danneggiava entrambe le parti più di quanto qualunque vittoria militare avrebbe potuto compensare. Il 22 giugno il Tesoro americano ha emesso una licenza che autorizza per sessanta giorni transazioni petrolifere iraniane: allentamento sostanziale, ma provvisorio e unilaterale, dato che Regno Unito e Unione europea non hanno toccato le proprie sanzioni autonome.Il dato politico più rilevante non riguarda i dettagli tecnici dell’accordo, ma cosa Teheran ha imparato dalla guerra che lo ha preceduto. Avere l’esercito più potente del mondo non garantisce automaticamente la capacità di cambiare la politica di uno stato più piccolo. Il regime iraniano è uscito dalla campagna militare con la leadership decapitata e l’arsenale balistico danneggiato. Ma con la convinzione di aver misurato il limite politico, non la capacità teorica, della determinazione americana. Washington ha fermato l’escalation prima di ottenere concessioni nucleari verificabili, che restano l’obiettivo dichiarato dei negoziati. Ogni futura minaccia militare americana dovrà fare i conti con quel dato acquisito.Su Taiwan il meccanismo cambia forma, ma non sostanza. Xi Jinping ha rinunciato, per ragioni che il Pentagono riconosce come strutturali, all’opzione dell’invasione anfibia. Ha scelto invece una strategia di erosione gestita della deterrenza americana, un cedimento alla volta. Il vertice di Pechino di maggio ha già prodotto risultati concreti: secondo le ricostruzioni circolate dopo il vertice, un pacchetto di forniture militari a Taipei da quattordici miliardi di dollari è stato trattato pubblicamente come strumento negoziale con Pechino, mentre l’Amministrazione ha in più occasioni finito per riecheggiare argomenti graditi a Pechino su una presunta deriva indipendentista taiwanese, che il governo dell’isola smentisce da anni con i fatti. Il precedente che conta riguarda meno la singola concessione, e più la normalizzazione del principio per cui la Cina ha voce in capitolo sulle forniture difensive americane a Taiwan.Il 29 giugno si inserisce in questo quadro come segnale aggiuntivo, non come causa. Un presidente che riceve dalla propria Corte suprema il controllo formale di una parte rilevante dell’apparato regolatorio federale, e che nello stesso giorno non riesce a far passare la propria legge elettorale prioritaria al Senato per mancanza dei sessanta voti richiesti dal filibuster, comunica a Pechino qualcosa che Pechino ha interesse a registrare. La finestra di opportunità aperta dal disimpegno americano non si sta chiudendo. Un sondaggio condotto a Taiwan nel 2026 colloca al 34 per cento la quota di cittadini che considera affidabili gli Stati Uniti, in calo di dieci punti in cinque anni. E’ una misura di quanto velocemente i segnali di incoerenza vengano assorbiti da chi deve decidere se vale la pena finanziare un programma di difesa asimmetrica da quaranta miliardi di dollari, contando su un sostegno americano che potrebbe non materializzarsi.Il filo che lega Iran, Taiwan e la sentenza sulle agenzie federali è la stessa interdipendenza tra segnali politici e mercati che si è già vista a metà giugno, quando un annuncio sulla guerra in Iran ha mosso il Nasdaq di diversi punti percentuali nel giro di poche ore. La discrezionalità presidenziale, dopo il 29 giugno, diventa una delle variabili centrali per chiunque debba allocare capitale o fiducia strategica negli Stati Uniti nei prossimi anni. La sentenza del 29 giugno aumenta il potere giuridico del presidente proprio mentre la sua condotta, sugli stessi giorni e sugli stessi dossier, ne riduce la credibilità internazionale. Nessun successore erediterà soltanto i poteri appena espansi dalla Corte. Erediterà anche la credibilità consumata in Iran e il precedente già stabilito su Taiwan. Sono due eredità della stessa presidenza, e procedono in direzioni opposte.