A più o meno due settimane dall’inizio della preparazione estiva, Il Bari ha un’unica certezza e cioè il direttore generale individuato nella persona di Pierpaolo Marino, legatissimo alla famiglia De Laurentiis, con un curriculum di tutto rispetto (ma fermo da tre stagioni). Mi auguro che Pierpaolo Marino abbia meditato bene prima di accettare l’incarico considerata la situazione ambientale pesantissima che si vive a Bari tra la città, compresa l’amministrazione comunale e la società. Se lo ha fatto, la sua è una scelta al limite del coraggio e della consapevolezza.
A Bari non si guarda a «chi viene», ma a «chi si vorrebbe che se ne andasse» cedendo l’intero, sottolineo l’intero, pacchetto azionario. Non è un’opinione personale che lascerebbe il tempo che trova, e’ la fotografia di una situazione che nessuno poteva immaginare otto anni fa quando, vorrei ricordarlo, la famiglia De Laurentiis ricevette a titolo gratuito il titolo sportivo del Bari in serie D a zero euro con una tifoseria valutata tra la sesta e la settima d’Italia. Quel ben di Dio tutti sanno a cosa è stato ridotto con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, sia sul piano tecnico che su quello della comunicazione. Il Bari, cui era stato promessa la serie A si trova in C, campionato dal quale lo sa bene anche lo stesso Marino, non è facile risalire. Dicevo che anche la comunicazione (chi mi segue sa perfettamente che più di una volta l’ho definita fallimentare), ha giocato un ruolo importante. Ultimo esempio, l’ufficializzazione dopo un mese e mezzo di silenzio, dell’ingaggio del nuovo direttore generale proprio nel giorno in cui i tifosi si stringevano intorno alle ceneri di Qualcuno che ha fatto grandi cose ed è rimasto nel cuore di tutti. Non è la prima volta che questa società è incapace di scindere il diritto dall’opportunità. Non sarebbe cambiato nulla, ma è un ultimo esempio di come chi presiede a questi compiti abbia scarsa conoscenza della materia. Perché altrimenti certe scelte suonerebbero da considerare provocatorie.










