Credo che questo ddl Caccia che la Camera si appresta a votare non sia un semplice aggiornamento di una legge. È una scelta politica e culturale destinata a incidere sul nostro modo di vivere la natura, di tutelare gli animali selvatici e di consegnare il territorio alle future generazioni. E addolora vedere che una decisione così importante venga affrontata con tanta fretta, senza il tempo necessario per ascoltare davvero il Paese, e rappresenti uno spartiacque culturale prima ancora che politico.

Non stiamo parlando soltanto di norme venatorie, di calendari, di competenze o di tecnicismi legislativi. Stiamo parlando del rapporto che un Paese sceglie di avere con la natura, con gli animali, con il silenzio dei boschi, con la sicurezza dei cittadini e con una sensibilità ormai profondamente cambiata.

L’Italia non è più quella di cinquant’anni fa. C’è una coscienza nuova, diffusa, trasversale. Ci sono famiglie che vivono con gli animali come membri della casa. Ci sono bambini che crescono imparando a rispettare la vita e gli animali. Ci sono cittadini che chiedono più tutela dell’ambiente, non più fucili. E c’è una grande parte del Paese che non comprende più come si possa chiamare “tradizione” ciò che, per molti, è semplicemente sofferenza inflitta per divertimento.