C'è un'immagine, in A.I. Intelligenza Artificiale, che a rivederla adesso fa quasi male. Un bambino dagli occhi troppo limpidi guarda una donna e aspetta. Aspetta soltanto di essere amato. Il bambino si chiama David, ha il volto di Haley Joel Osment, e non è un bambino: è la prima macchina costruita per provare amore. La donna è sua madre soltanto per scelta, una scelta che si può attivare premendo, in fondo, un interruttore emotivo.
Quando il film uscì, venticinque anni fa, il pubblico non capì, o non volle capire. Era l'estate dei grandi successi facili, e Spielberg, l'uomo che ci aveva convinti che un parco di dinosauri potesse essere un'impresa redditizia, consegnava invece una storia spigolosa, lentissima nei suoi affetti, ambientata in un ventiduesimo secolo in cui una parte dell'umanità è già stata cancellata dal clima impazzito. La critica fu spesso feroce. Qualcuno bollò il finale come la cosa più sdolcinata e ridicola mai messa in scena. L'obiezione, all'epoca, sembrava di buon senso: chi mai tratterebbe una macchina come se fosse un essere umano, per quanto somigliante?
Quella domanda, oggi, ha smesso di essere retorica.
Il progetto, vale la pena ricordarlo, non era nato da Spielberg. Stanley Kubrick lo aveva covato per quasi vent'anni, rigirandoselo tra le mani come un enigma troppo tenero per la sua geometria glaciale, prima di affidarlo all'amico convinto che solo lui avrebbe saputo raccontare quella ferita. Ne uscì un'opera doppia, poetica e brutale insieme, bellissima e profondamente inquietante.










