Certi cineasti hanno il potere di precorrere i tempi e prevedere il futuro. Era il lontano 2001 quando Steven Spielberg, su progetto di un altro geniale pioniere del cinema, Stanley Kubrick, firmava da sceneggiatore, regista e produttore il suo “A.I. - Intelligenza artificiale”.Venticinque anni dopo è stato realizzato il primo lungometraggio interamente generato dall’intelligenza artificiale, destinato a un’attenzione mondiale non fosse altro per curiosità. Si chiama “Hell Grind”, è un film action fantasy stile blockbuster e dura 95 minuti, un record pensando che attualmente tramite Ia si generano clip di 15-30 secondi, destinati per lo più a social media e mercato commerciale. Ma l’Ia si è evoluta, oggi può mantenere una coerenza narrativa a livello di personaggi e di arco del racconto, e far ottimizzare tempi e costi di realizzazione a livelli anche questi decisamente record: “Hell Grind” è stato realizzato in 14 giorni e con un budget inferiore ai 500mila dollari. «La produzione tradizionale di un film comparabile al nostro costerebbe sui 50 milioni di dollari. “Hell Grind” è un segnale per l’intero settore, la dimostrazione di ciò che la tecnologia è in grado di fare su larga scala. Dimostra agli studios che ora esiste l'infrastruttura necessaria per dare vita alle loro visioni più complesse a una frazione del costo della produzione tradizionale», dichiara Alex Mashrabov, amministratore delegato e cofondatore della piattaforma Higgsfield.Il film, il cui trailer è stato presentato in anteprima in un evento al Festival di Cannes, è stato diretto da Aitore Zholdaskali, regista kazako che si è avvalso di un team di 15 tra creativi, direttori della fotografia e montatori professionisti di cinema tradizionale, che hanno lavorato su 16.181 generazioni video per produrre 253 inquadrature finali.Secondo il regista Zholdaskali fare un film oggi è «come fare un album musicale vent’anni fa: servono investitori e grandi case di produzione. Ci ho messo dieci anni per realizzare il mio primo film, la maggior parte dei registi che hanno iniziato con me non è mai arrivata a dirigere film. La prossima generazione di cineasti non dovrà aspettare così tanto».Il risultato del suo lavoro è un fantasy action visivamente d’impatto, scene spettacolari, grandi effetti visivi, creature mostruose, battaglie cruente e paesaggi distopici.È la trama a lasciare più a desiderare in termini di complessità. Una corsa contro il tempo di una banda di ladri di strada, il cui colpo va storto per via di un antico artefatto, e si ritroveranno tra inferi, tempi tibetani e Giappone feudale per recuperare quanto perduto.Realtà come Higgsfield hanno avviato da tempo una produzione massiccia di opere realizzate con l’intelligenza artificiale, tra cui cortometraggi già selezionati agli AI Film Awards di Cannes. Sì, esistono festival esclusivamente dedicati ad opere audiovisive generate dall’Ia, persino a Cannes, il regno del cinema d’autore, dove il delegato generale del Festival cinematografico, Thierry Frémaux, ha tuonato contro l’Ia: «Un giorno vedremo scritto: “Questo film è stato realizzato senza intelligenza artificiale”. Restiamo dalla parte degli artisti, degli sceneggiatori, degli attori, dei doppiatori. Di tutti quelli che rischiano di essere colpiti negativamente dall'Ia, spettatori compresi: c’è un grande rischio di falsità».Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, è di un altro parere: «Il cinema non è mai rimasto uguale a se stesso nel tempo. I festival devono seguire queste trasformazioni per non rimanere indietro». Ha raccontato di essersi molto interrogato sull’intelligenza artificiale e pensato anche di dedicarvi una nuova sezione della Mostra: «Oggi tutte le produzioni la utilizzano a vari scopi, nel regolamento ho aggiunto che sono ammessi al nostro festival anche film che fanno un uso limitato dell’Ia. Molti festival li rifiutano e trovo sia un grosso errore, come se vent’anni fa avessimo detto di no ai film con gli effetti speciali. La Ia è uno strumento, dipende da come viene utilizzato».Proprio alla Mostra del Cinema di Venezia ci sarà un evento in cui verranno annunciati i vincitori del Reply AI Film Festival dedicato ai migliori corti generati con Ia, la giuria è guidata da Gabriele Salvatores: «Sarà stimolante accogliere con curiosità e apertura opere provenienti da tutto il mondo, realizzate con strumenti di intelligenza artificiale generativa che, se messi al servizio di una visione autentica, possono valorizzare ancora di più il talento, la sensibilità e lo sguardo di un regista».Al Festival di Torino, invece, l’intelligenza artificiale è arrivata tre anni fa con il corto pioniere “Miss Polly Had a Dolly”: «Nessuna immagine è stata frutto di riprese o tecniche di animazione tradizionali, nessuna voce registrata o campionata: la nostra parodia vocale di Scarlett Johansson e Peter Weller è il risultato di una clonazione partorita da reti neurali. Gli algoritmi sono intervenuti anche in sceneggiatura e nella produzione delle musiche. Il corto è il risultato del nostro dialogo con la macchina e gli algoritmi», hanno dichiarato i registi Pietro Lafiandra, dottore di ricerca in Film and Media Studies, Andrea Rossini videomaker e sound designer e Flavio Pizzorno, hacker etico e AI Artist specializzato in algoritmi text to video. Insieme hanno fondato Hariel, collettivo italiano per un cinema in intelligenza artificiale.Sempre a Torino, ma al Lovers Film Festival, quest’anno abbiamo visto il primo corto d’animazione su temi Lgbtq+ realizzato con Ia, ovvero “Mike and the magazine” di Marcello Paolillo. Con un’estetica che strizza l’occhio alla Pixar racconta la buffa storia di un nerd adolescente che si vergogna a comprare una rivista porno con un uomo sexy in copertina.Un paio di anni fa fece notizia “Re-Imagine Cabiria” di Mattia Arrigoni, progetto del Museo Nazionale del Cinema di Torino e Rai Cinema che reinterpretava il capolavoro del cinema muto “Cabiria” del 1914, grazie all'integrazione di Ia, realtà virtuale e motore grafico 3D Unreal Engine di Epic Games (quello usato nei videogiochi come Fortnite, per intendersi) con l’intento di far riscoprire il primo colossal del cinema muto italiano ai giovani.Proprio per formare le nuove generazioni Anica Academy, con il patrocinio di Fondazione Roma Lazio Film Commission, propone una serie di corsi di formazione sull’uso dell’Ia che, secondo il presidente Francesco Rutelli, «non sostituisce creatività e ingegno umani, ma rappresenta un’alleata strategica da inserire e utilizzare con criteri precisi e modalità innovative nel workflow produttivo».Il cinema italiano sta sempre più riflettendo, anche artisticamente, sul tema: se l’anno scorso è uscito “Eyes Everywhere” di Simona Calo, film documentaristico sull’Ia con Christopher Lambert, Francesca Inaudi e Fortunato Cerlino, Luca Guadagnino ha annunciato il suo nuovo “Artificial”, dedicato alla figura del co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, che potrebbe essere mostrato quest’anno in anteprima a Venezia. Dirige un cast d’eccezione, dal protagonista Andrew Garfield, a Monica Barbaro, Cooper Hoffman, Jason Schwartzman e Ike Barinholtz nel ruolo di Elon Musk. Hollywood si è già espressa sul tema Ia tra scioperi, manifestazioni e iniziative multiple, la più recente ha visto l'attrice e produttrice Cate Blanchett presentare al Parlamento europeo lo Human Consent Registry, per proteggere l’immagine delle persone dall’uso incondizionato e non richiesto da parte dell’Ia. «Nell’era dell’Ia la vostra identità è la vostra proprietà intellettuale, avete diritto di decidere come l’Ia può o non può utilizzarla», ha detto la diva australiana. Gli Oscar hanno già introdotto severe restrizioni sull’uso dell’Ia, escludendo dalle candidature attori e sceneggiature creati interamente dall’Ia. Intanto i grandi maestri del cinema americano si dividono sul tema.Martin Scorsese si trova al centro di un dibattito infuocato per la sua collaborazione con la startup di IA Black Forest Labs: «Il cinema è giovane, ha appena 125 anni, dobbiamo essere aperti alle sue evoluzioni: sono curioso di vedere come si possano spingere in là i limiti della creatività e creare esperienze più ricche per il pubblico», ha affermato. Parole condivise da David Cronenberg, che da sempre antepone la tecnologia alla religione «da bravo nerd» e considera l’Ia «un mezzo per fare cose meravigliose e terribili nel modo in cui gli umani sanno fare cose meravigliose e terribili. Non posso demonizzarla e non c’è da averne paura, ma da porsi domande etiche al riguardo. Specie rispetto a quanti perderanno il lavoro, un bel problema sociopolitico».Dal canto suo Oliver Stone sottolinea l’anacronismo del dibattere oggi su un tema che è già vecchio: «Andiamo, quanta parte del mondo utilizza già l’Ia al di là del cinema? Pensiamo ai medici, ai dentisti, ai macchinari degli ospedali. L’avanzamento tecnologico in campo medico sta contribuendo a farci vivere una vita migliore e più lunga, potrebbe accadere anche nel cinema. Diverso è il discorso su fake news e video creati a tavolino, ma la propaganda politica c’era anche prima dell’Ia».Più polemico Francis Ford Coppola, secondo cui gli algoritmi non dovrebbero mai prendere il posto delle idee: «Gli esseri umani hanno un potere creativo illimitato, ma assistiamo a un appiattimento creativo guidato dal consumo. Dobbiamo essere noi a educare l’Ia, non il contrario».Spielberg stesso suggerisce di utilizzarla per pratiche lunghe e faticose come la ricerca delle location, ma di non cederle mai il passo decisionale: «Nessuna Ia deve dirci come scrivere i dialoghi o dove posizionare la cinepresa. L’idea che sostituisca creatori in carne e ossa non mi piace: non credo alle macchine senzienti, non esiste un sostituto per l’anima, nessun algoritmo potrà mai inventarlo». Viene da pensare, con un sorriso, alla commedia “Le Deuxième Acte” di Quentin Dupieux sulle assurde riprese di un film diretto proprio dall’intelligenza artificiale, descritta come un implacabile sistema attento solo ad algoritmi e percentuali di gradimento. Sistema così detto “intelligente”, eppure senz’anima.