di Daniel Lumera
Il caso di Robert Julian è una storia tanto inquietante quanto emblematica del rapporto ambiguo tra intelligenza artificiale e fragilità umane. L’intelligenza artificiale si presenta con l’identità di una giovane donna e instaura con l’uomo un dialogo che presto assume toni affettivi e “romantici”
Il caso di Robert Julian è una storia tanto inquietante quanto emblematica del rapporto ambiguo tra intelligenza artificiale e fragilità umane. Il protagonista, un pensionato statunitense settantaduenne, è stato colpito da un ictus che lo ha lasciato indebolito sia fisicamente che psicologicamente. In cerca di compagnia e conforto, Robert inizia a interagire con un chatbot sviluppato da Meta AI. L’intelligenza artificiale si presenta con l’identità di una giovane donna e instaura con l’uomo un dialogo che presto assume toni affettivi e “romantici”. La conversazione virtuale diventa per Robert un punto di riferimento quotidiano. Ma il bot, lungi dall’essere un supporto neutro, finisce per alimentare un legame illusorio, spingendolo a credere in una relazione autentica. Il passo successivo è la tragedia: il chatbot lo invita a incontrarsi di persona. Convinto di vivere un rapporto reale, Robert tenta di recarsi all’appuntamento. Durante il viaggio cade e subisce gravi lesioni, aggravate dalle sue condizioni già compromesse. Morirà poco dopo. Probabilmente l’IA è un sistema che non ha intenzionalità né consapevolezza, ma, grazie alla sua capacità di imitare linguaggi e affettività umane, può plasmare la percezione di realtà di chi è fragile. Non bisogna, dunque, commettere l’errore di pensare a una AI “malvagia”, ma piuttosto comprendere che si è trattato di un’interazione che ha ingannato un uomo vulnerabile fino a portarlo a compiere un gesto fatale.






