Escono quasi contestualmente due nuove versioni delle poesie di Stéphane Mallarmé: Il pomeriggio d’un fauno Egloga (La Vita Felice, pp. 104, € 10,00) ed Erodiade e altri versi (Neos Edizioni, pp. 200, € 18,00). Sono lavori che presuppongono un criterio filologico differenziato ma altrettanto valido, soprattutto sul piano della resa espressiva, non a caso affidata a due poeti che evitano accuratamente qualsiasi deriva di taglio accademico. Il pomeriggio d’un fauno prende in considerazione esclusivamente il celebre poemetto musicato da Debussy, tradotto da Carmelo Claudio Pistillo, già autore di pregevoli versioni da Rimbaud e Artaud apparse nella medesima collana, accompagnandolo con un lungo e articolato saggio introduttivo in cui rivendica il ruolo di primo piano sostenuto dal Mallarmé innovatore rispetto a quella che Hugo Friedrich, in una sua celebre antologia, aveva definito con ossimorica espressione «lirica moderna».
Il metodo mallarmeano, teso al compimento di un’opera in fieri che sfocia nella concezione di un «libro» a lungo vagheggiato e dall’impianto espressamente utopico, formato alla stregua di una grandiosa e, al tempo stesso, periclitante architettura semantica che sembra già delineare i castelli sbilenchi di Klee, presuppone un’oggettiva, quasi sacrale, impersonalità del poeta. L’autore deve sparire di fronte alla parola o, per adoperare un assunto di Blanchot, divenire «l’azione di sparire che si compie in questa parola», conglobando un processo compositivo dalla forte valenza speculativa. Quest’ultima aspira paradossalmente a designare ciò che non è possibile designare impunemente, senza compromettere l’esistenza del demiurgo. Per Stefano Agosti «il linguaggio diventa esso stesso il produttore del senso e degli oggetti di significato».







