I versi di Valerio Magrelli sono uno snodo fra deiscenze e punti di sutura, parole crociate e heideggeriana Unheimlichkeit, spaesamento. Bel passato (Manni, pp. 104, € 14,00) è il primo libro di autolettura del poeta romano: inserito nella «Pantera profumata», la collana di poetica diretta da Antonio Prete, il testo alterna liriche tratte dall’opera complessiva, Le cavie (Einaudi 2018), e commenti che dànno lume a un laboratorio letterario alquanto sofisticato. Jacques Derrida lo chiamerebbe double bind, «doppio vincolo»: molte delle poesie magrelliane fanno infatti intravedere la natura aporetica dell’esperienza e della percezione; il soggetto, à la Mosè Maimonide, è in un costante tentativo di guida allo smarrimento dei perplessi. Il valore appare, dunque, cognitivo, di verifica del reale. Ecco perché, a ben guardare, la strategia di scrittura non può che coincidere con un accertamento a posteriori.
Nel contributo introduttivo, Tra grammatica e verità, Magrelli spiega così la sua ideologia artistica: «Ogni manifesto pre-scrive, mentre io posso soltanto produrre post-scritti, ovvero una sterminata serie di addenda (rinvio alle illuminanti pagine in cui Michel Jarrety definisce l’intera opera di Paul Valéry come un unico, lungo post-scriptum). Se proprio dovessi capitolare, allora preferirei optare per una nozione di “post-poetica”, così come nel cinema si parla di post-produzione. Io non so dove vada la mia scrittura, ma scrivo appunto per scoprirlo». E aggiungiamo: attraverso le direttive del dérèglement somatico-cerebrale e di una spiccata attitudine al gioco combinatorio, come rilevato anche da Riccardo Donati.









