Ci sono libri che si leggono come gialli anche se non lo sono. Per esempio quelli in cui l’autore, colpevole e vittima, viene scoperto nella sua identità più irrefutabile dove forse non avrebbe pensato di essere. Può capitare persino con le raccolte di poesie. È il caso di "È terra bruciata", esordio di Lucia Re uscito per Valigie Rosse. Re può forse venir spiata dove si credeva nascosta dalla sua preordinata esposizione (parola adatta a una scrittrice che è anche fotografa). E’ terra bruciata ospita testi la cui musica consiste in un cambio continuo d’intonazione, in un gioco di versi-frase, parole isolate, omissis e calembour che formano monologhi impazienti di ogni forma. Quest’arte della variazione, anche nell’impaginazione, ha il compito di animare il fondo esistenziale spaventosamente fisso dell’io che qui si esprime. Un io che scalcia, ma sul posto. Che parla, ma vorrebbe tacere. E allora ostenta la natura non metaforica di ciò che dice, accumula dichiarazioni perentorie sull’uscita dal regno della parola: excusatio non petita, come risulta evidente.I monologhi sono percorsi da un’incessante correctio, ossia da una modifica di quello che l’autrice ha appena pronunciato. Il loro stile è il tempo; ma è proprio dal tempo che il suo io vorrebbe liberarsi, perché è il luogo della caduta inevitabile, di uno svolgimento troppo prosaico dei rapporti intimi. E così veniamo al tema: l’intero libro è una preghiera o minaccia a un “tu” erotico. Ed è, in questo senso, un teatro della caparbietà e dell’aporia. “Lucia” vorrebbe cedere a un sentimento che però le appare presto come un surrogato della vera perfezione o un alibi per non affrontare il vuoto. Così combattuta, diventa sofista: non c’è infatti razionalità più prepotente di quella che vuol forzarsi a giustificare le passioni. Il monologo si fa concettoso; e quando il groviglio di concetti dà la nausea, “Lucia” lo taglia netto a colpi di esclamativo.Il dramma di E’ terra bruciata si potrebbe sintetizzare così: l’io vi vagheggia come mito amoroso qualcuno che non corrisponde a ciò che davvero vuole, cerca, ama. La sua inquietudine si risolverebbe in una domanda: perché sono sapiosentimentale se non voglio esserlo, se l’atmosfera estetica da cui sono attratta è in realtà una cosa che disprezzo? La domanda tocca la poesia stessa: non sarà volgare già il fatto di esprimersi, per un tale estetismo? Di qui il tentativo di giustificare ciò che non sopporta giustificazioni. “Il fatto che io pulisca la casa” recita un testo “non mi fa pensare nulla. Sono libera / dalla tua semantica esagerata, / il senso ovunque”. Il soggetto prova a usare le parole come un’Alice carroliana o un filosofo analitico, ma con l’atteggiamento della Cecilia della “Noia” di Moravia. Cova qui un vecchio tema: una femmina avverte che il “tu” maschile le sfugge nei libri. Ne è affascinata, e non lo sopporta. Di qui una spola continua tra ricerca e rigetto, e la sostituzione dell’esperienza con esperimenti, più mentali che incarnati. Trionfano le proiezioni, i rimpianti: ma sempre radicati in una freddezza di fondo.L’io di Lucia Re fa rapine, agguati erotici (“sono io che ho rubato, non voi che avete dato”). Vorrebbe controllare in segreto tutti i suoi target ma poi si confonde, e così si accorge che la sua stessa identità sta diventando un puro riflesso sociale. Ecco una poesia rappresentativa di questo collezionismo che ricorda due autrici della generazione di Re, Mariagiorgia Ulbar e Giulia Rusconi: “Coi frammenti dei miei amori un puzzle maestoso: / tra poco è completo e lo appendo: / un corridoio, tutta una parete, / lunghissima… / Ma no, anzi lo vendo! / A chi? / A uno scrittore ovviamente. // Devi farci qualcosa, mi dicono. / Ma io ci faccio già moltissime cose! / Voi sapeste! quante altre vite / conduco intanto io!”. Quest’io si appicca alle “piccole persone” e le fa grandi, romanzesche, “Perché i compagni di gioco devono esser grandi”; ma devono essere anche subito rimpiccioliti, divenire patetici e grinzosi dopo l’orgasmo. L’arida manipolazione del soggetto inaridisce l’ambiente intorno: più va a caccia del reale, più lo derealizza. Perciò commuovono i versi in cui finalmente s’intravede un pezzo di realtà attraverso una confusione differente, quella dei corpi che restano nell’ “amore lungo” dove non ci sono più droghe e nemmeno ci si vede (innamorarsi è tornare a guardare). Lucia Re, insomma, è una poetessa di quel concetto a cui preferirebbe il mistero: e a volte, involontariamente, riecheggia quasi Patrizia Cavalli. Una cosa vuole più di tutte il suo alter ego, e insieme vi si ribella: venerare, buttare giù l’idolo e ricominciare. L’autentica poesia dell’amore, lo sappiamo, è anche una poesia dell’odio.
Versi di un io erotico e insoddisfatto nell'opera prima di Lucia Re
La raccolta ospita testi la cui musica consiste in un cambio continuo d’intonazione, in un gioco di versi-frase, parole isolate, omissis e calembour che formano monologhi impazienti di ogni forma








