Talvolta i libri hanno nomi fantasiosi, evocativi, un poco furbi, mélo o devianti.
Di luce e polvere di Esther Kinsky ha, invece, una corrispondenza perfetta tra contenuto, titolo e copertina, realizzata con un paesaggio di colori primari – rosso, verde, giallo –, che la stessa scrittrice tedesca cerca addentrandosi in Ungheria. È affamata di una pianura in cui perdersi, simile all’heimat infantile del padre, così piatto da poter scorgere i vagoni del treno all’orizzonte già ore prima del loro arrivo. Trova, invece, in un piccolo villaggio un cinema abbandonato, il Mozi, e decide di rimetterlo in piedi insieme a una coppia di coprotagonisti, “fulminati” dalla passione reciproca dentro a un cinema. In questa regione, dove prevalgono mancanze e assenze, lo sguardo dell’autrice genera una cornice nuova, piena, nella stagione calda, di girasoli, mais, acacie e molti papaveri. Di luce e polvere parla soprattutto di cornici con cui delimitiamo il nostro sguardo e di un’avventura che si trascina dietro inevitabilmente una riflessione sull’amore per il grande schermo e l’“umanità” della sala, un luogo in cui «tutti gli sguardi» sono volti «nella stessa direzione», quella «stabilita dal proiezionista, invisibile al pubblico». Kinsky non fa della cinefilia un tronfio monito, un consiglio da “vecchio saggio”, mostra solo un pervicace e gentile attaccamento alla sala come luogo mitico. Accompagna il lettore, non lo istiga, non lo rimbrotta: «guardare è un’abilità che si apprende... Una capacità di cui si diventa lentamente consapevoli».







