Bisognava aspettare l’ultimo giorno per scoprire la vera sorpresa della Mostra, Silent Friend (Amico silenzioso) di Ildikó Enyedi. La regista ungherese non è certo una sconosciuta (Corpo e anima aveva vinto l’Orso d’oro nel 2017), ma con questo film riesce a dare forma a qualcosa di inaspettato e «infilmabile»: la sensibilità delle piante. Intorno a un gigantesco Ginko biloba che cresce nel giardino botanico dell’università di Marburg, si svolgono tre storie: nel 1908, quella della prima donna che fu ammessa in un’università tedesca a studiare scienze (l’esame d’ammissione della commissione è un gioiello di ipocrisia) imparando a fare macro-fotografie delle piante; nel 1972, una studentessa vuole scoprire se una pianta di geranio può provare delle sensazioni; nel 2020, uno scienziato hongkonghese cerca di verificare gli stimoli neuronali che può trasmettere proprio quel Ginko biloba più che centenario. Ma più che il rigore scientifico di questi esperimenti, alla regista interessa la curiosità dell’uomo nel voler dare una forma all’«anima» delle piante, gli sforzi con cui cerca di entrare in contatto con un mondo che sembra irraggiungibile, dove anche la bellezza è un elemento fondamentale (nel film si sprecano i legami con la poesia, da Goethe a Rilke, e il long take con cui si chiude il film lascia senza fiato) usando l’occhio del cinema per fissarla e trasmetterla.