Con il suo secondo romanzo, Riti Privati (Mercurio, pp. 300, euro 20, traduzione di Ilaria Odennino), Julia Armfield racconta il collasso di più mondi: quello intimo e familiare dei Carmichael e quello, più ampio, del contesto climatico e sociale in cui si muovono. Al centro di questa atipica climate fiction, che intreccia horror, distopia e romanzo familiare in chiave queer, ci sono le sorelle Carmichael: Agnes, Isla e Irene. Diverse, distanti, incapaci di comprendersi davvero, si ritrovano dopo la scomparsa del padre Stephen, architetto di successo quanto controverso, celebre per aver progettato abitazioni capaci di resistere a un clima sempre più fuori controllo. Ma il crollo che Armfield mette in scena è soprattutto emotivo. Le tre sorelle, come il mondo che le circonda, sembrano arrivate a un punto di non ritorno, costrette a confrontarsi con i traumi lasciati da una famiglia disfunzionale e da un padre manipolatore, che ha sempre trasformato le fragilità delle figlie in strumenti di dominio.
Isla, Agnes e Irene sono personaggi devastati, incapaci di accettare davvero la fine delle cose, soprattutto quando il passato torna a imporsi con violenza. La pioggia incessante che attraversa il libro finisce per diventare qualcosa di più di un semplice sfondo: è una presenza costante, opprimente, che consuma lentamente gli spazi e i rapporti umani. In questo mondo umido, fragile e in decomposizione, anche i legami sembrano marcire dall’interno, travolti da silenzi, rancori e incomprensioni mai davvero elaborate. La casa progettata dal padre per resistere alle intemperie diventa allora il vero centro simbolico del romanzo: uno spazio che dovrebbe proteggere e che invece trattiene inquietudine, dolore e memoria. È lì che riaffiorano tensioni mai risolte, in un’atmosfera sospesa dove la minaccia climatica si intreccia continuamente a quella psicologica.










